Economia civile, la sfida è trasformare le idee in sviluppo locale
Dalla cultura alle nuove imprese sostenibili, passando per casa ed energia: a Firenze il Festival dell’Economia Civile ha messo al centro inclusione, partecipazione e territori.
Il rapporto tra cultura e sviluppo è stato uno dei fili conduttori della terza giornata del Festival Nazionale dell’Economia Civile di Firenze. Matteo Spanò, presidente della Fondazione MUS.E Firenze, ha sottolineato come la presenza della cultura all’interno di una manifestazione dedicata all’economia civile non rappresenti un elemento estraneo, ma una componente coerente con il modo di leggere la crescita e il benessere collettivo.
La giornata ha riunito esperti, amministratori e rappresentanti del mondo cooperativo attorno a temi diversi ma collegati: il valore delle comunità, il diritto all’abitare, il sostegno alle nuove imprese e l’accesso equo all’energia.
Cultura e impresa cercano un nuovo equilibrio
Nel confronto dedicato ai rapporti tra economia sociale ed economia civile, Stefano Zamagni, professore emerito di Economia Politica all’Università di Bologna e già presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali dal 2019 al 2023, ha descritto l’economia civile come una chiave di lettura generale della realtà, legata nella modernità alla tradizione francescana. Al suo interno, secondo Zamagni, possono convivere esperienze differenti, compresa l’economia sociale, che applica quei principi in contesti storici e geografici specifici.
Gabriele Sepio, avvocato tributarista e segretario generale della Fondazione Terzjus, ha ricondotto gli attuali modelli dell’economia sociale alla storia dell’economia civile. Si tratta, ha spiegato, di organizzazioni senza finalità lucrative che affrontano bisogni collettivi e adottano forme di gestione democratiche e partecipate. In questa prospettiva, il Piano nazionale per l’economia sociale può rappresentare l’applicazione concreta di valori come reciprocità, gratuità e mutualità.
Una cooperativa vince il premio 2026
Il riconoscimento “Prepararsi al Futuro 2026” è stato assegnato ad “Atipiche”, cooperativa di Collalto Sabino, in provincia di Rieti. L’attività ruota attorno alla fermentazione, interpretata non soltanto come lavorazione alimentare, ma anche come pratica culturale capace di valorizzare il territorio.
La cooperativa riunisce filiera corta, produzioni locali, laboratori, iniziative di educazione alimentare, servizi di ristorazione e proposte legate alla scoperta del territorio. Il progetto punta così a trasformare le competenze agricole tradizionali in uno strumento di rigenerazione delle aree rurali e di partecipazione della comunità.
Silvia Rossi, direttrice di Fondosviluppo, ha evidenziato che il radicamento territoriale può rafforzare la competitività, ma deve essere accompagnato da innovazione, capacità gestionale, investimenti, competenze digitali e solidità economica. Franco Ferrarini, vicepresidente della Fondazione del Credito Cooperativo Tertio Millennio ETS, ha ricordato invece il ruolo del credito cooperativo nel sostenere cooperative e imprese giovani, citando una crescita del 12% superiore a quella degli altri clienti secondo l’Istituto Tagliacarne. La Fondazione segue da anni le cooperative giovanili e, da cinque anni, anche le nuove imprese, offrendo alle realtà selezionate percorsi di formazione imprenditoriale.
La casa resta un diritto diseguale
Il tema dell’abitare è stato affrontato nel dibattito “Chi resta indietro? Abitare insieme in un mondo che cambia”, con gli interventi di Alessandro Maggioni, Anna Meli, Lorenzo Terzani e Alessandro Santoni. Terzani, presidente del Consorzio Fabrica, ha ricordato che le politiche abitative sono state considerate per molto tempo estranee al campo delle cooperative sociali, nonostante riguardino da anni le persone più vulnerabili.
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Anna Meli, presidente di COSPE, ha posto l’accento sulle diverse forme di svantaggio che possono sommarsi. La crisi abitativa pesa soprattutto su precari, giovani, studenti e famiglie con redditi bassi o medio-bassi, ma diventa ancora più difficile da affrontare quando alla fragilità economica si aggiungono origine straniera, discriminazioni legate al colore della pelle o problemi connessi al permesso di soggiorno.
Alessandro Santoni, coordinatore nazionale della Consulta dei Piccoli Comuni dell’ANCI e sindaco di San Benedetto Val di Sambro, ha ampliato il discorso alle aree interne. I piccoli comuni, che costituiscono circa il 70% dei comuni italiani, non coincidono automaticamente con chi è escluso: il vero discrimine, ha osservato, riguarda chi non dispone della possibilità di scegliere. Da questo rapporto tra piccoli centri e resto del Paese dipenderà una parte rilevante del futuro nazionale.
Energia, comunità e accesso alle risorse
La “democrazia energetica” ha occupato uno spazio centrale nella terza giornata, durante la quale è stata presentata una ricerca sulle Comunità Energetiche Rinnovabili. L’indagine, collegata al gruppo di studio CERIS e all’Osservatorio Nazionale sulla Nuova Economia Sociale e Civile, ha analizzato 351 comunità, comprese quelle solidali e a impatto sociale.
Dallo studio emerge che queste esperienze attecchiscono soprattutto nei territori con una rete associativa e istituzionale strutturata. I modelli che funzionano meglio coinvolgono più categorie di soggetti e possono produrre risparmio sui consumi, contrasto alla povertà energetica, investimenti locali e rafforzamento dei legami sociali. Rimane però scarsa la conoscenza dello strumento: l’indice NESC si ferma a 0,32 su 1, il valore più basso tra quelli considerati. Tra le proposte avanzate c’è il riconoscimento delle comunità energetiche come soggetti economici, con accesso alle risorse e obblighi di trasparenza e responsabilità.
Mario Mantovani, ambientalista e presidente della Fundação Florestal do Estado de São Paulo, ha portato l’attenzione sull’Amazzonia, dove vivono circa 20 milioni di persone. Solo tra 2 e 4 milioni risiedono nelle città principali, mentre la maggioranza abita nelle aree forestali. “Anche queste comunità devono poter accedere all’energia: è una questione di democrazia”, ha affermato, spiegando che l’associazione da lui rappresentata lavora per portare pannelli solari, connessione internet e strumenti utili all’integrazione delle popolazioni locali.
Il progetto punta anche a proteggere chi raccoglie prodotti della foresta, come le noci del Brasile e le materie prime impiegate nella cosmetica. L’obiettivo è accompagnare le comunità lungo tutta la filiera, fornire informazioni sui prezzi internazionali e favorire le certificazioni necessarie, così da evitare che i loro prodotti vengano acquistati a condizioni svantaggiose.
Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del CNR e divulgatore, ha sostenuto che gran parte delle tecnologie necessarie alla transizione è già disponibile. “Aspettare sempre la tecnologia che ci salverà, la fusione o la CCS, è un modo per continuare a ritardare una transizione che possiamo già fare”, ha detto. In Italia risultano 300 GW di richieste di allacciamento a Terna per impianti rinnovabili, a fronte di una potenza di picco compresa tra 45 e 50 GW: realizzarne un decimo sarebbe già un risultato significativo. Il limite, secondo Armaroli, è soprattutto culturale e organizzativo, come dimostra anche la carenza di elettricisti.
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