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Attualità 5 min di lettura1 ora fa

Economia civile, la sfida è già nei territori: premiata Atipiche

Al Festival Nazionale dell’Economia Civile di Firenze il confronto ha unito cultura, innovazione sociale, comunità energetiche e nuove forme di impresa sostenibile

«Il festival è stato contaminato dalla cultura, ma è normale se si parla di un evento di economia civile come questo». Matteo Spanò, presidente della Fondazione MUS.E Firenze, ha richiamato così il legame tra dimensione culturale e riflessione economica durante l’ottava edizione del Festival Nazionale dell’Economia Civile.


Cultura e impresa cercano un nuovo equilibrio

Nel confronto dedicato ai rapporti tra economia sociale ed economia civile, Stefano Zamagni ha definito quest’ultima una chiave di lettura della realtà, nata nella modernità dall’eredità del pensiero francescano. Secondo il professore emerito di Economia Politica dell’Università di Bologna, all’interno di questa cornice possono convivere esperienze differenti, compresa l’economia sociale, che ne declina i valori in specifici contesti storici e geografici.

Gabriele Sepio, avvocato tributarista e segretario generale della Fondazione Terzjus, ha ricondotto invece gli attuali modelli dell’economia sociale alla storia dell’economia civile. Si tratta, ha spiegato, di organizzazioni senza finalità di lucro che rispondono ai bisogni collettivi attraverso forme di gestione democratiche e partecipate. In questo quadro si inserisce anche il Piano nazionale per l’economia sociale, costruito sui principi di reciprocità, gratuità e mutualità.


Atipiche vince il premio 2026

A conquistare il Premio Nazionale Prepararsi al Futuro 2026 è stata Atipiche, cooperativa di Collalto Sabino, in provincia di Rieti. Il progetto utilizza la fermentazione non soltanto come tecnica produttiva, ma come elemento culturale attorno al quale organizzare attività legate alla filiera corta e alle produzioni locali.

La cooperativa riunisce iniziative agroalimentari, laboratori, formazione sul cibo, servizi di catering ed esperienze dedicate al territorio. Il modello punta sulla partecipazione della comunità e trasforma le competenze agricole in uno strumento di rigenerazione rurale e di tutela dei luoghi.

Il riconoscimento era rivolto ad aspiranti imprenditori e a imprese costituite da meno di 36 mesi, con una proposta fondata sullo sviluppo sostenibile. Silvia Rossi, direttrice di Fondosviluppo, ha osservato che il radicamento locale può rafforzare la competitività, ma deve essere accompagnato da innovazione, capacità manageriali, investimenti, competenze digitali e solidità economica.

Franco Ferrarini, vicepresidente della Fondazione del Credito Cooperativo Tertio Millennio ETS, ha ricordato il sostegno offerto dal Credito Cooperativo a cooperative e nuove imprese. Citando i dati dell’Istituto Tagliacarne, ha riferito che i clienti del settore crescono il 12% in più rispetto agli altri e sviluppano più relazioni di rete. La Fondazione segue inoltre da anni le cooperative giovanili e, da cinque anni, anche le startup, alle quali propone un percorso di formazione imprenditoriale.


Abitare resta una questione sociale

Il tema delle disuguaglianze è stato affrontato anche nel confronto “Chi resta indietro? Abitare insieme in un mondo che cambia”, con Alessandro Maggioni, Anna Meli, Lorenzo Terzani e Alessandro Santoni. Al centro del dibattito sono finite le difficoltà di accesso alla casa e il divario tra territori e fasce della popolazione.

Lorenzo Terzani, presidente del Consorzio Fabrica, ha spiegato che l’organizzazione lavora sulle politiche abitative rivolte ai gruppi più fragili. Una scelta inizialmente considerata estranea al campo delle cooperative sociali, ma ritenuta necessaria già quindici anni fa perché la casa incide direttamente sulle condizioni delle persone più vulnerabili.

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Anna Meli, presidente di COSPE, ha sottolineato che la crisi abitativa pesa soprattutto su precari, giovani, studenti e famiglie con redditi bassi o medio-bassi. La situazione peggiora quando alle difficoltà economiche si sommano origine straniera, discriminazioni legate al colore della pelle o problemi con il permesso di soggiorno.

Per Alessandro Santoni, coordinatore nazionale della Consulta dei Piccoli Comuni dell’ANCI e sindaco di San Benedetto Val di Sambro, l’esclusione non dipende necessariamente dalla distanza geografica. A restare indietro sono anche le comunità che non dispongono di reali possibilità di scelta: i piccoli comuni rappresentano circa il 70% dei comuni italiani e il loro rapporto con il resto del Paese sarà decisivo per il futuro.


Energia, comunità e partecipazione

La ricerca sulle Comunità Energetiche Rinnovabili ha analizzato 351 realtà, comprese quelle solidali e a impatto sociale. Il lavoro, presentato durante la terza giornata del festival, indica che le esperienze più solide nascono dove sono già presenti reti associative e istituzioni locali capaci di collaborare.

I modelli partecipati e aperti a più soggetti producono risparmio energetico, contrastano la povertà, favoriscono investimenti nei territori e rafforzano le relazioni sociali. La conoscenza delle comunità energetiche resta però limitata: l’indice NESC si ferma a 0,32 su 1, il valore più basso della rilevazione. Tra le proposte emerse c’è il riconoscimento delle CER come soggetti economici, con accesso alle risorse e obblighi di trasparenza e responsabilità.

Mario Mantovani, ambientalista e presidente della Fundação Florestal do Estado de São Paulo, ha portato l’attenzione sull’Amazzonia, dove vivono circa 20 milioni di persone. Tra i 2 e i 4 milioni risiedono nei principali centri urbani, mentre il resto della popolazione vive nella foresta e deve poter contare su energia, connessione internet e strumenti utili all’integrazione.

L’obiettivo dell’associazione rappresentata da Mantovani è sostenere le comunità locali anche nella valorizzazione dei prodotti della foresta, dalle noci del Brasile alle materie prime impiegate nella cosmetica. Il percorso comprende l’accesso alle certificazioni e a informazioni corrette sui prezzi internazionali, così da evitare che i produttori siano costretti a vendere le proprie merci a condizioni svantaggiose.

Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del CNR e divulgatore, ha sostenuto che gran parte delle tecnologie necessarie alla transizione energetica è già disponibile. In Italia, ha ricordato, Terna ha ricevuto richieste di connessione per 300 GW da impianti rinnovabili, contro una potenza massima richiesta compresa tra 45 e 50 GW: riuscire a realizzarne un decimo sarebbe già un risultato significativo.

Secondo Armaroli, il principale ostacolo è culturale e organizzativo, non soltanto tecnologico. La transizione elettrica richiede infatti anche competenze di base e personale specializzato: tra le carenze più concrete ci sono quelle degli elettricisti.

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