Economia civile, la sfida è già iniziata: energia, casa e startup
Al Festival Nazionale dell’Economia Civile di Firenze si è discusso di comunità energetiche, nuove fragilità abitative, innovazione cooperativa e sviluppo dei territori.
La cultura può diventare una chiave per leggere anche i cambiamenti economici. Matteo Spanò, presidente della Fondazione MUS.E Firenze, ha spiegato che la presenza della cultura nel Festival Nazionale dell’Economia Civile non è estranea alla manifestazione: parlare di economia civile significa infatti confrontarsi anche con il valore sociale e formativo delle attività culturali.
Stefano Zamagni ha inquadrato il rapporto tra economia civile ed economia sociale come due percorsi collegati. Secondo il professore emerito di Economia Politica dell’Università di Bologna, la prima rappresenta una visione generale della realtà, mentre la seconda applica quei principi a contesti storici e geografici determinati. Gabriele Sepio, segretario generale della Fondazione Terzjus, ha ricondotto gli attuali modelli dell’economia sociale alla storia dell’economia civile, ricordando il ruolo degli organismi senza scopo di lucro e della partecipazione democratica.
La partecipazione cambia l’economia
Il confronto si è svolto durante l’ottava edizione del Festival Nazionale dell’Economia Civile, a Firenze. Nel corso della terza giornata, uno dei temi centrali è stato il rapporto tra democrazia energetica, inclusione e sviluppo locale.
La riflessione ha riguardato anche il Piano nazionale per l’economia sociale e la necessità di costruire modelli fondati su reciprocità, gratuità e mutualità. L’obiettivo indicato dai relatori è legare i principi storici dell’economia civile a strumenti capaci di rispondere ai bisogni contemporanei.
Energia, il nodo è anche culturale
Una ricerca collegata al think tank CERIS e all’Osservatorio Nazionale sulla Nuova Economia Sociale e Civile ha analizzato 351 Comunità Energetiche Rinnovabili, comprese quelle solidali e a impatto sociale. Dallo studio emerge che le esperienze più solide nascono soprattutto dove sono già presenti reti associative e istituzioni attive.
Le comunità energetiche possono generare risparmio, contrastare la povertà, sostenere gli investimenti sul territorio e rafforzare i legami sociali. Tuttavia, la loro conoscenza resta limitata: l’indice NESC dedicato alla consapevolezza del fenomeno si ferma a 0,32 su 1, il dato più basso della rilevazione. Tra le proposte avanzate figura il riconoscimento delle CER come soggetti economici, con accesso alle risorse, obblighi di trasparenza e sistemi di rendicontazione.
Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del CNR e divulgatore, ha spostato l’attenzione sulle condizioni pratiche della transizione. A suo giudizio, gran parte delle tecnologie necessarie è già disponibile e il rinvio continuo a soluzioni future rischia di rallentare un cambiamento possibile già oggi. In Italia, ha ricordato, risultano 300 GW di richieste di connessione a Terna per impianti rinnovabili, a fronte di una potenza di picco compresa tra 45 e 50 GW; realizzarne un decimo sarebbe già un risultato rilevante.
Dalla foresta alle comunità locali
Mario Mantovani, ambientalista e presidente della Fundação Florestal do Estado de São Paulo, ha portato il dibattito in Amazzonia, dove vivono circa 20 milioni di persone. Tra i 2 e i 4 milioni risiedono nei principali centri urbani, mentre la maggioranza abita nella foresta e deve poter accedere all’energia, alla connessione internet e agli strumenti necessari per partecipare alla vita economica.
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L’associazione rappresentata da Mantovani punta a sostenere anche la valorizzazione delle attività di raccolta ed estrazione, dalle noci del Brasile alle materie prime utilizzate nei cosmetici. Il percorso comprende assistenza, certificazioni e informazioni sui prezzi internazionali, così da evitare che i produttori locali siano costretti a vendere i propri beni a valori troppo bassi.
Casa e lavoro, nuove esclusioni
Il panel dedicato a chi rischia di rimanere indietro ha affrontato il tema dell’abitare insieme ad Alessandro Maggioni, Anna Meli, Lorenzo Terzani e Alessandro Santoni. Terzani, presidente del Consorzio Fabrica, ha ricordato come le cooperative sociali abbiano iniziato a occuparsi di politiche abitative già 15 anni fa, nonostante inizialmente questo impegno fosse considerato estraneo alla loro funzione tradizionale.
Anna Meli, presidente di COSPE, ha sottolineato che l’emergenza abitativa pesa soprattutto su precari, giovani, studenti e persone con redditi bassi o medio-bassi. Le difficoltà aumentano quando alla precarietà economica si aggiungono discriminazioni legate all’origine, al colore della pelle o al possesso di un permesso di soggiorno.
Alessandro Santoni, coordinatore nazionale della Consulta dei Piccoli Comuni dell’ANCI e sindaco del Comune di San Benedetto Val di Sambro, ha osservato che l’esclusione non dipende soltanto dalla distanza geografica. I piccoli comuni, che rappresentano circa il 70% dei comuni italiani, condividono con il resto del Paese il problema della possibilità di scegliere e della tenuta dei servizi.
La startup che rilancia il territorio
Il Premio Nazionale Prepararsi al Futuro 2026 è stato rivolto ad aspiranti imprenditori e startup costituite da meno di 36 mesi, con un modello di sviluppo sostenibile. Silvia Rossi, direttrice di Fondosviluppo, ha indicato nell’innovazione, nelle competenze manageriali e digitali, negli investimenti e nella sostenibilità economica gli elementi necessari per rendere competitivo il radicamento territoriale.
Franco Ferrarini, vicepresidente della Fondazione del Credito Cooperativo Tertio Millennio ETS, ha citato i dati dell’Istituto Tagliacarne: i clienti del Credito Cooperativo crescono il 12% più degli altri e sviluppano maggiori relazioni di rete. La fondazione accompagna da anni le cooperative giovanili e, da cinque anni, anche le startup, attraverso percorsi di formazione imprenditoriale.
La vincitrice è stata Atipiche, cooperativa di Collalto Sabino, in provincia di Rieti. Il progetto utilizza la fermentazione come strumento produttivo e culturale, intrecciando filiera corta, produzioni locali, laboratori, educazione alimentare, catering ed esperienze legate al territorio. Il risultato è un modello partecipativo che punta a rigenerare le aree rurali e a mantenere vive le competenze della comunità.
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