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Attualità 3 min di lettura55 min fa

Due dosi non bastano: il caso Pike e i soccorsi arrivati in ritardo

Le chiamate al 911 mostrano i minuti di incertezza prima dell’ingresso dei paramedici nel carcere del Tennessee, mentre Christa Pike era ancora viva dopo l’iniezione letale.

Per diversi minuti i soccorritori non hanno saputo se la richiesta d’intervento proveniente dal carcere fosse autentica. Nel frattempo Christa Pike, sottoposta a due somministrazioni di pentobarbital nella camera della morte, era ancora viva e in condizioni gravissime. Le registrazioni delle chiamate al 911, ottenute tramite una richiesta di accesso agli atti pubblici, ricostruiscono una catena di comunicazioni confuse tra operatori, personale penitenziario e primi soccorritori.

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L’allarme resta senza conferma

La prima segnalazione è arrivata alle 20:40 del 30 settembre, poco più di un’ora dopo l’avvio dell’esecuzione. Una persona, il cui nome e ruolo sono stati oscurati nella trascrizione, ha riferito che Pike era incosciente e respirava in modo anomalo dopo un tentativo di esecuzione nell’Istituto di massima sicurezza di Riverbend.

Il chiamante, però, non ha fornito il codice richiesto per verificare la legittimità dell’intervento. Durante i controlli, la Sala di Controllo Centrale del carcere ha comunicato ai soccorritori di non aver effettuato quella telefonata e di essere pronta a lanciare autonomamente l’allarme. Via radio, un operatore ha poi segnalato la presenza di persone davanti ai cancelli, qualificatesi come funzionari statali e intenzionate a chiedere l’ingresso dell’ambulanza.

La conferma è arrivata soltanto alcuni minuti più tardi. I cancelli sono stati aperti intorno alle 21:11; alle 21:14, secondo quanto osservato da un giornalista di Associated Press, ambulanza e mezzi dei vigili del fuoco erano entrati nel complesso. Alle 21:34, mentre Pike veniva trasferita in ospedale, un paramedico ha chiesto alla centrale di avvertire il carcere sulla destinazione della paziente: «Visto che c’è stata tanta confusione, voglio assicurarmi che ne siano a conoscenza».


Una sopravvivenza non prevista

Alle 21:08 Kelly Gleason, uno degli avvocati di Pike, aveva contattato il 911 per chiedere un intervento urgente. La legale aveva spiegato che la sua assistita era ancora in vita dopo aver ricevuto due dosi di pentobarbital e che necessitava di cure immediate. La prima somministrazione avrebbe dovuto provocarne la morte; dopo il fallimento, il protocollo statale ha previsto una seconda dose.

Pike è stata ricoverata per dieci giorni a Nashville. Per una parte della degenza è rimasta intubata e legata al letto, riportando ustioni e vesciche sulle braccia, attribuite all’inserimento degli aghi. Il 6 ottobre ha ripreso conoscenza, ha cominciato a parlare in modo limitato e ha mosso i primi passi con l’aiuto di altre persone.

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Il Dipartimento penitenziario del Tennessee non ha chiarito cosa abbia impedito all’esecuzione di produrre l’esito previsto. Tra le ipotesi formulate da esperti medici figurano un possibile problema legato al farmaco e il posizionamento delle vie endovenose, che potrebbe aver favorito l’accumulo della sostanza nei tessuti. Prima della procedura, i legali avevano inoltre segnalato una malattia del sangue capace di favorire coaguli nei punti d’iniezione.


Il futuro dell’esecuzione resta incerto

Il regolamento del Tennessee contempla una seconda dose quando la prima non è letale, ma non indica come procedere se anche il secondo tentativo fallisce. Il governatore Bill Lee ha quindi bloccato ulteriori esecuzioni in attesa di un’indagine, senza escludere che lo Stato possa riproporre la pena capitale per Pike. Non ha inoltre accolto la richiesta di trasformare la condanna in ergastolo.

Gli avvocati della detenuta sostengono che un nuovo tentativo violerebbe il divieto costituzionale di infliggere punizioni crudeli e inusuali. Pike, che ha trascorso circa trent’anni nel carcere di Riverbend, spesso in isolamento, era stata condannata per l’omicidio di Colleen Slemmer, compagna di corso di 19 anni uccisa nel 1995.

All’epoca Pike aveva 18 anni. Secondo la condanna, insieme al fidanzato di allora, Tadaryl Shipp, aggredì, torturò e uccise la giovane, conosciuta durante un programma di formazione professionale destinato a ragazzi provenienti da famiglie a basso reddito. Lee ha confermato il proprio sostegno alla pena di morte, mentre rimane senza risposta la domanda centrale: se e come il Tennessee tenterà di nuovo di eseguire la condanna.

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