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Attualità 1 min di lettura10 ore fa

Due condanne capitali, due svolte: salvezza in extremis e Dna decisivo

In Tennessee una donna ha evitato l’esecuzione appena un’ora prima dell’orario previsto; nello Utah un uomo è tornato libero dopo tre decenni per una prova genetica.

Due vicende giudiziarie riaccendono negli Stati Uniti il confronto sulla pena di morte. In Tennessee una condannata ha visto sospendere l’esecuzione quando mancava soltanto un’ora, mentre nello Utah un detenuto ha lasciato il carcere dopo 30 anni grazie a un test del Dna.


Tennessee, la svolta all’ultimo momento

La donna era stata condannata alla pena capitale per l’omicidio di una compagna. L’esecuzione, ormai imminente, è stata fermata a circa un’ora dall’orario stabilito.

Il caso si è così trasformato in una sospensione in extremis, dopo una condanna che avrebbe dovuto concludersi con la morte della detenuta. Dal testo disponibile non emergono ulteriori dettagli sulle ragioni della decisione né sulla sua durata.

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Utah, il Dna dopo trent’anni

Un’altra storia arriva dallo Utah e riguarda un uomo rimasto in carcere per tre decenni. Era stato condannato per un omicidio commesso nel 1985 e, anche per lui, era prevista la pena capitale.

A cambiare il destino del detenuto è stato un esame del Dna, che ha portato alla sua scarcerazione dopo 30 anni. Il rilascio segna una svolta opposta rispetto al caso del Tennessee: non un’esecuzione rinviata all’ultimo istante, ma la fine della detenzione ottenuta grazie a una nuova prova scientifica.

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