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Attualità 2 min di lettura25 min fa

Draghi e la rabbia dei giovani: il lavoro che non arriva accende l’ansia

L’ex premier legge nelle proteste di Italia ed Europa il disagio di una generazione che si sente esclusa, senza voce e penalizzata dalla stagnazione economica.

Il disagio giovanile non nasce soltanto dalle singole crisi politiche o dagli scontri di piazza. Per Mario Draghi, alla base delle proteste esplose in Italia e in altri Paesi europei c’è soprattutto la percezione di avere il futuro congelato, mentre il lavoro diventa più difficile da trovare e la società cambia rapidamente.

L’ex presidente della Banca centrale europea e del Consiglio ha affrontato il tema in un’intervista a Bloomberg, collegando le tensioni sociali alla mancanza di crescita e al divario tra generazioni. La violenza, ha precisato, «va condannata in ogni circostanza», ma non sarebbe la causa originaria delle rivolte: dinamiche politiche, folle e scontri possono amplificare il malessere, non spiegarne da soli l’origine.

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Una generazione senza ascolto

Secondo Draghi, è difficile ricondurre a un’unica ragione le mobilitazioni osservate in Paesi diversi. Ogni contesto conserva motivazioni specifiche, mentre il voto previsto per il prossimo anno rappresenta soltanto lo sfondo comune degli eventi, non la loro spiegazione decisiva.

Il punto centrale, nella sua analisi, è la sensazione diffusa tra i giovani che le loro richieste non vengano prese in considerazione. La protesta diventa così il segnale di una generazione che vede ridursi le occasioni di miglioramento e fatica a individuare un percorso stabile per entrare nella vita adulta.


Il lavoro è il primo ostacolo

La richiesta delle nuove generazioni, nella lettura dell’ex premier, riguarda insieme sviluppo economico e giustizia sociale. Quest’ultima, per i ragazzi, coincide soprattutto con un rapporto più equilibrato tra generazioni: senza una crescita sufficiente, però, diventa complicato distribuire opportunità e risorse in modo più equo.

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Da qui deriverebbe anche l’ansia. Molti giovani percepiscono la mobilità sociale come ferma, incontrano ostacoli nell’accesso all’occupazione e devono misurarsi con una trasformazione tecnologica molto veloce, senza sentirsi adeguatamente preparati ad affrontarla.


L’Europa resta senza slancio

Draghi allarga poi il ragionamento all’intero continente. Le stime economiche sono state corrette lievemente al rialzo e l’andamento congiunturale appare un po’ più positivo, ma il problema strutturale non sarebbe risolto: l’Europa continua a essere un’area ricca e anziana, ma con una crescita insufficiente.

In un’economia stagnante, il vantaggio tende a rimanere nelle mani di chi possiede già un impiego e ricopre una posizione consolidata. «A comandare sono quelli che occupano già le posizioni, gli anziani», ha osservato Draghi, indicando in questo squilibrio la ragione per cui tanti giovani si sentono esclusi dalle decisioni e privati della possibilità di costruire il proprio futuro.

Le immagini dei disordini arrivate da Parigi e Milano erano state richiamate durante il confronto con Lisa Abramowicz, a margine di una conferenza di Citadel Securities. Per Draghi, tuttavia, gli episodi di piazza vanno letti dentro una condizione più ampia: la combinazione di aspettative ferme, scarse prospettive professionali e timore di non riuscire a trovare un posto in una società sempre più complessa.

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