Donne e medicina: il ritardo che può costare anni di salute
Sirpa Pietikäinen chiede una svolta europea su ricerca, diagnosi e prevenzione per superare un sistema sanitario ancora modellato soprattutto sul corpo maschile.
Un dolore sottovalutato, una stanchezza attribuita allo stress, una diagnosi che arriva quando la malattia è già avanzata: per molte donne il percorso di cura resta più lungo e incerto. Il problema non riguarda soltanto la menopausa, i tumori femminili o la sfera riproduttiva, ma attraversa quasi ogni area della medicina.
A evidenziarlo è Sirpa Pietikäinen, eurodeputata finlandese del Partito Popolare Europeo, membro del Parlamento europeo da diciotto anni e impegnata da quindici nell’Intergruppo sulla salute delle donne. A suo giudizio, ricerca, prevenzione e consapevolezza devono diventare i pilastri di una strategia comune, perché il modello maschile continua a essere assunto come riferimento anche quando non è adeguato alle pazienti.
Diagnosi tardive e sintomi ignorati
Il ritardo emerge con particolare evidenza nelle malattie cardiovascolari. Quando una paziente riferisce di sentirsi debilitata o di non stare bene, può accadere che il quadro venga ricondotto a depressione, ansia o difficoltà personali, anziché a un problema organico. «Molte donne vengono etichettate come affette da disturbi psicosomatici», ha osservato Pietikäinen, ricordando che dietro quei segnali potrebbe nascondersi una patologia cardiaca.
La conseguenza può essere un’attesa di anni prima di arrivare alla diagnosi corretta. Questo accade anche perché diverse malattie, dal diabete all’emicrania, dalle patologie autoimmuni all’osteoporosi, possono manifestarsi nelle donne con caratteristiche differenti rispetto agli uomini. Se i parametri clinici restano ancorati a un modello maschile, la qualità delle cure peggiora e aumenta il peso sulle strutture sanitarie.
La ricerca ha lasciato fuori le donne
Per lungo tempo, sperimentazioni cliniche e studi sui medicinali hanno coinvolto soprattutto uomini adulti. Pietikäinen ha richiamato l’attenzione su una contraddizione: «Per molti anni abbiamo testato i farmaci soprattutto su uomini giovani o di mezza età. Ma chi assume realmente la maggior parte dei medicinali? Le donne anziane». La maggiore longevità femminile, infatti, si accompagna spesso a condizioni di salute più fragili e alla necessità di assumere più terapie.
Le differenze tra i sessi non si limitano all’aspetto anatomico. Possono comparire già a livello cellulare e influenzare il modo in cui una malattia evolve, come l’organismo reagisce a un farmaco e quanto una cura risulti efficace. Secondo l’eurodeputata, non si tratta di una scelta deliberatamente discriminatoria, ma dell’effetto di una lacuna storica: la medicina ha studiato troppo poco le specificità del corpo femminile.
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Cure meno accessibili nei territori
Il divario riguarda anche la possibilità concreta di accedere alla prevenzione. Le donne che abitano in zone rurali, le immigrate, le madri sole e le anziane prive di una rete familiare partecipano meno agli screening, pur quando questi sono gratuiti. Distanze, tempi di viaggio e difficoltà organizzative possono trasformare un servizio disponibile in un’opportunità irraggiungibile.
Per Pietikäinen, i sistemi sanitari finiscono così per funzionare soprattutto per chi dispone già di tempo, mezzi e sostegno. Tra le soluzioni indicate ci sono servizi mobili e programmi costruiti più vicino alle comunità, in modo da ridurre gli ostacoli logistici e intercettare proprio le persone che oggi restano ai margini della prevenzione.
Una strategia europea ancora da costruire
La proposta è riunire ricerca, formazione e assistenza dentro una Strategia europea per la salute delle donne. Il piano dovrebbe aumentare le risorse destinate agli studi attraverso Horizon Europe, istituire una rete continentale dedicata al tema e sostenere centri specializzati nella raccolta dei dati, nella condivisione delle esperienze e nello sviluppo di nuove ricerche cliniche.
L’obiettivo non sarebbe limitarsi a singole patologie, ma affrontare il divario lungo tutto il percorso sanitario. «La prima priorità è la consapevolezza. La seconda è la ricerca», ha sintetizzato Pietikäinen, sottolineando che le conoscenze disponibili crescono ogni giorno, mentre restano ancora numerose le differenze biologiche e sociali da comprendere e tradurre in politiche concrete.
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