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Attualità 4 min di lettura41 min fa

Disinformazione in piazza: i profili veri fanno più danni dei bot

Una ricerca sulle proteste in Francia mostra come immagini fuori contesto e accuse inventate possano raggiungere milioni di persone prima delle smentite.

La minaccia più insidiosa durante le proteste non arriva necessariamente da una schiera di profili automatici. A rendere pericolosa la disinformazione è soprattutto la rapidità con cui contenuti falsi, video riciclati e accuse senza riscontri vengono rilanciati da utenti reali, mentre le manifestazioni sono ancora in corso.

È il quadro delineato da una ricerca di Cyabra e Arcadia sulle conversazioni digitali legate alla mobilitazione nazionale del 17 ottobre in Francia. L’analisi ha preso in esame X, TikTok, Facebook e Instagram, dove informazioni attendibili e manipolazioni si sono sovrapposte fino a rendere difficile ricostruire ciò che accadeva davvero nelle piazze.

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Milioni di visualizzazioni in poche ore

Durante quella giornata sono stati conteggiati 8.977 messaggi e commenti, quasi dieci volte il volume registrato in una giornata ordinaria. Il momento di maggiore attività è arrivato alle 19, con 1.562 pubblicazioni concentrate in un’unica ora.

I 4.497 contenuti dedicati a scontri, saccheggi o altri episodi violenti hanno totalizzato 290 milioni di visualizzazioni. La grande circolazione non ha riguardato soltanto materiali falsi: i filmati più visti sono spesso stati pubblicati da profili autentici, a dimostrazione che la presenza di un utente reale non garantisce l’attendibilità di ciò che condivide.

Le immagini degli scontri a Marsiglia hanno raggiunto 28,5 milioni di visualizzazioni, quelle relative al municipio di Limoges 15,3 milioni e i video dei mezzi della polizia a Parigi 9,9 milioni. Anche l’Italia è finita dentro questo circuito: i post sugli scontri in piazza Duomo a Milano hanno raccolto 12,8 milioni di visualizzazioni.


Video veri, contesti completamente falsi

Uno dei meccanismi più utilizzati è stato riproporre materiale autentico attribuendogli un luogo o una data diversi. Filmati degli scontri del luglio 2023 sono stati presentati come immagini della protesta di ottobre, mentre riprese effettuate a Madrid sono state descritte come scene arrivate dalla Francia.

Un caso emblematico ha riguardato i saccheggi di Lione, mostrati come se fossero avvenuti a Bordeaux. Gli analisti hanno rintracciato 78 copie degli stessi filmati; alcune sono state pubblicate a soli sei secondi di distanza.

Non sono mancati neppure i messaggi costruiti per suscitare paura e indignazione. Una presunta notizia su un ragazzo che avrebbe perso una mano a Saint-Étienne, accompagnata dall’invito a cercare un video nei commenti, è comparsa 33 volte attraverso 20 profili diversi. Dodici di questi sono stati classificati come falsi.


Le accuse più virali contro la polizia

Tra i contenuti più diffusi c’era l’accusa secondo cui alcuni agenti francesi avrebbero appiccato volontariamente il fuoco a un cassonetto per poi riaccenderlo. Il messaggio proveniva da un profilo su X aperto nel luglio 2026, con 571 seguaci, ma ha ottenuto 1,29 milioni di visualizzazioni e oltre 20mila interazioni.

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Un’altra ricostruzione infondata sosteneva che dall’Eliseo fosse partito un ordine di “sparare per uccidere”. Il contenuto ha raggiunto circa 483mila visualizzazioni ed è stato accompagnato da una segnalazione della comunità di X.

La ricerca ha inoltre rilevato sette contenuti contrassegnati per informazioni ingannevoli, compresi il presunto ordine di aprire il fuoco e diversi video risalenti agli scontri del 2023. Nel complesso, quei messaggi hanno totalizzato 4,83 milioni di visualizzazioni e, in molti casi, erano stati diffusi da account autentici.


Un rischio anche per l’Italia

L’analisi degli hashtag ha mostrato una presenza rilevante di profili non autentici: su X, il 30,2% degli account individuati nella conversazione legata a #Manifestationdu17 è stato considerato falso. La quota è scesa al 25% per #GiletsJaunes. Circa il 27% dei contenuti esaminati nei due filoni è stato inoltre classificato come espressione d’odio, con responsabilità distribuite tra profili reali e falsi.

Secondo Domenico Giordano di Arcadia, quanto osservato in Francia riguarda anche il nostro Paese. “Anche in Italia siamo oramai nel pieno di una guerra ibrida e cognitiva, una strategia coordinata e pulviscolare che punta a destabilizzare l’ordine pubblico ingannando e manipolando le percezioni e l’opinione pubblica online”, ha spiegato.

Per Giordano, non è sufficiente affidare la risposta alla capacità dei singoli utenti di riconoscere i contenuti attendibili. Servirebbe una collaborazione più incisiva tra governi e piattaforme, con regole in grado di contenere la diffusione dei messaggi manipolatori senza comprimere la libertà di espressione e la tutela della privacy.

Il problema, sottolineano Cyabra e Arcadia, riguarda quindi anche la sicurezza pubblica. Un’accusa inventata contro la polizia, la notizia di un ferito grave o la falsa comunicazione di un ordine di sparare possono alimentare una situazione già tesa prima che una verifica riesca a raggiungere le persone presenti sul posto.

Per questo gli analisti indicano come essenziali il controllo tempestivo degli hashtag, la verifica dell’origine dei filmati e l’individuazione degli account appena creati. Il rapporto avverte che “un ordine falso o una presunta provocazione scatenino uno scontro prima che qualsiasi rettifica raggiunga la folla”.

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