Il futuro torna in piazza: perché un ex Sessantotto si riconosce nei giovani
Dopo decenni trascorsi a osservare gli studenti dall’università, un professore ritrova nelle nuove mobilitazioni la stessa spinta a cambiare il domani, anche se nata da problemi diversi.
Per molto tempo ho avuto l’impressione che gli studenti incontrati all’università non avessero più alcuna intenzione di mettere in discussione il mondo. Oggi, invece, nelle proteste per l’ambiente, contro il riarmo e per un futuro più giusto riconosco una spinta che credevo smarrita: non la replica delle battaglie della mia generazione, ma una nuova domanda di cambiamento.
Sono nato nel 1951 e questa sensazione non coincide con il desiderio di sentirmi più giovane. È piuttosto il ritorno di una familiarità con i giovani, dopo una lunga distanza. Anche loro stanno scoprendo che il futuro non arriva in dono.
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La rabbia nasce da un futuro negato
Le manifestazioni studentesche e operaie, in Italia e in altri Paesi europei, insieme ai Fridays for Future e alle iniziative contro il riarmo, mostrano che la mobilitazione è tornata a occupare lo spazio pubblico. Non esiste un’unica visione politica e non tutte le proteste coincidono con posizioni estreme. Il tratto comune è la richiesta di un domani diverso.
Le difficoltà, inoltre, non riguardano soltanto gli studenti. In Francia, Spagna, Albania e Italia si sono sollevati, per ragioni differenti, anche camionisti, agricoltori e pescatori. Il disagio si manifesta in forme diverse, ma segnala una frattura tra ciò che viene chiesto alle persone e le possibilità concrete che vengono loro offerte.
L’Italia forma laureati che spesso devono trasferirsi all’estero perché non trovano occasioni adeguate. Le risorse investite nella loro istruzione finiscono così per alimentare altri sistemi economici. Nel frattempo il Paese ricorre a lavoratori immigrati, non di rado impiegati in condizioni precarie e con salari bassi.
Si parla continuamente di denatalità, ma per molti giovani diventano sempre più difficili l’autonomia, l’acquisto o l’affitto di una casa, un lavoro stabile e una prospettiva sicura. Li invitiamo a costruire il futuro senza mettere a disposizione gli strumenti necessari.
Protestare non significa devastare
Le distruzioni avvenute domenica pomeriggio a Milano non possono essere confuse con una manifestazione politica. La violenza e i saccheggi devono essere fermati, anche se possono rivelare un malessere più profondo. Alessandro Manzoni, nei Promessi sposi, raccontava già l’assalto ai forni durante la carestia: la rabbia per la mancanza di pane finiva per colpire proprio i luoghi che quel pane lo producevano.
La repressione degli atti violenti è indispensabile, ma da sola non risolve le ragioni che alimentano il disagio. Come accade con la febbre, occorre abbassare la temperatura quando diventa pericolosa, senza dimenticare che la guarigione richiede una cura delle cause. Chi devasta non rappresenta automaticamente chi scende in strada per chiedere un cambiamento.
Anche la scelta europea di destinare risorse ingenti al riarmo alimenta interrogativi. La sicurezza è un bisogno reale e difendersi non equivale necessariamente a preparare una guerra; tuttavia, mentre la transizione ecologica perde centralità, ai giovani vengono prospettate meno opportunità e maggiori spese militari.
Che cosa dovrebbero difendere? Una comunità impegnata a garantire loro un avvenire oppure un sistema che li considera disponibili al sacrificio? In questo clima ho sentito riemergere una frase che non ascoltavo da decenni: «Organizzeremo la diserzione!». È un segnale della distanza tra le priorità delle istituzioni e le aspettative di una parte delle nuove generazioni.
Dai cortei al posto in cattedra
La mia generazione apparteneva alla prima epoca in cui essere giovani divenne un’identità collettiva. Avevamo canzoni, abiti e libri riconoscibili; nel 1965 vidi i Beatles e nel 1967 gli Stones, mentre alla radio si ascoltava Claudio Villa. Volevamo rompere rapidamente con il mondo dei nostri genitori, in anni segnati da cariche della polizia, strategia della tensione e violenza politica.
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Le conquiste non arrivarono senza conflitti. Le lotte contribuirono a ottenere diritti e, insieme alla crescita economica e all’accesso più ampio all’istruzione, resero possibile una mobilità sociale che oggi appare molto più fragile. Ci si poteva laureare e trovare un impiego, ma anche migliorare la propria condizione senza avere un titolo universitario.
A molti di noi veniva detto semplicemente di andare a lavorare, e così facemmo. Una parte dei contestatori finì per entrare proprio nella classe media borghese che aveva criticato. Io stesso, figlio di una famiglia di portuali, sono diventato professore universitario.
Dopo quella stagione, le contestazioni persero forza. Negli anni Ottanta prevalsero l’edonismo, la ricerca del successo personale e il peso crescente della televisione; in seguito arrivò il berlusconismo. Sembrava che i giovani avessero smesso di coltivare ideali collettivi, anche perché per molti non era più necessario battersi per migliorare la propria posizione. Quando una società sembra offrire opportunità sufficienti, diminuiscono le ragioni per metterne in discussione l’ordine.
Per decenni ho insegnato a persone che avevano sempre vent’anni, mentre io avanzavo con l’età. Ho osservato il mutamento delle loro aspettative e del modo di guardare al domani. Mi pesava non ritrovare in loro quella disponibilità a uscire dalla norma che, a mio avviso, alimenta il progresso. Oggi quella distanza si è ridotta.
Una somiglianza, non una copia
La differenza tra le due epoche resta decisiva. Noi lottavamo per ottenere possibilità che non possedevamo; molti giovani di oggi si mobilitano per non perdere condizioni che i loro genitori e nonni davano per acquisite. Anche la questione ambientale, allora, non occupava il posto che ha conquistato nel presente.
La somiglianza riguarda dunque la consapevolezza che il futuro non sia garantito. Non è la stessa battaglia e non può esserlo: è una spinta analoga, ma nata da percorsi storici differenti, come le ali degli uccelli e quelle degli insetti, entrambe capaci di consentire il volo pur avendo origini evolutive separate.
Riconoscermi nei giovani non significa pensare di doverli guidare. Da ragazzo non cercavo istruzioni dagli adulti e non avrei accettato che decidessero al posto mio. Leggevamo Herbert Marcuse, che offriva una forma teorica alle nostre aspirazioni, e ripetevamo: «Non fidarti di chi ha più di trent’anni».
Agli anziani spetta eventualmente mettere a disposizione esperienza, memoria e conoscenze, ma soltanto quando vengono richieste. Non devono sostituirsi ai giovani nella scelta del futuro, neppure quando condividono le loro proteste.
Io, intanto, non considero chiusa la porta del domani. Ho visto il passaggio dal pennino alle macchine da scrivere, dai computer alla rete, dagli strumenti analogici alla musica e alla fotografia digitali, fino agli smartphone e all’intelligenza artificiale. Innovazioni che sembravano definitive sono state superate: anche quel «tutto e subito» è cambiato nel tempo.
Per questo continuo a essere curioso. Dopo una lunga parentesi, torno a vedere giovani intenzionati a cambiare il mondo. Non sono quelli del 1968, ma riconosco in loro la stessa necessità di non accettare il futuro così com’è.
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