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Attualità 3 min di lettura2 ore fa

Difesa, la deroga Ue coprirà anche stipendi e spese già previste

Nel 2027 e nel 2028 la clausola per sicurezza e armamenti varrà 7,2 miliardi l’anno, ma una parte servirà a riclassificare uscite già inserite nei bilanci.

La flessibilità concessa dall’Unione europea per aumentare la spesa destinata alla difesa non finanzierà soltanto nuovi armamenti o programmi d’investimento. Una quota delle risorse potrà infatti assorbire costi già programmati dallo Stato, compresi quelli relativi agli stipendi del personale militare e alle esigenze operative.

Il dettaglio emerge dalla relazione sullo scostamento approvata giovedì sera dal Consiglio dei ministri insieme al nuovo quadro dei conti pubblici. Il documento dovrà ora ottenere il via libera di entrambe le Camere con la maggioranza assoluta dei componenti.


Un terzo servirà a coprire uscite già note

Nel 2027, anno di avvio della clausola di salvaguardia, la ripartizione indicata dal Governo dovrebbe essere questa: due terzi delle risorse finanzieranno spese aggiuntive rispetto allo scenario previsto, mentre il restante terzo riguarderà voci già presenti nei bilanci. Tra queste rientrano soprattutto il personale, l’esercizio e il funzionamento ordinario della macchina della difesa.

La componente corrente resterà comunque minoritaria rispetto a quella destinata agli investimenti. La priorità, secondo l’impostazione dell’esecutivo, rimane infatti la realizzazione e il rifinanziamento di programmi pluriennali in conto capitale, dai quali si attendono effetti anche sugli investimenti privati e sull’occupazione.


La clausola vale 7,2 miliardi l’anno

Dopo la revisione dei piani successiva alla conferma di un deficit 2025 al 3,1%, il capitolo per la difesa è stato ridotto rispetto alle ipotesi formulate in estate. La dotazione prevista ammonta a 7,2 miliardi nel 2027 e ad altri 7,2 miliardi nel 2028: rispetto allo schema estivo, è venuta meno un’ulteriore quota dello stesso valore nell’ultimo dei due anni.

Le risorse corrispondono ai tre decimali di Pil annui che la clausola mette a disposizione per sicurezza e armamenti. Il Documento programmatico di finanza pubblica precisa che gli incrementi realmente aggiuntivi dovrebbero aumentare anche nel 2028, quando i vincoli di bilancio appaiono meno severi.

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Il nodo dei conti pubblici

La scelta ha una conseguenza tecnica rilevante. Le manovre approvate negli ultimi anni hanno fatto crescere sensibilmente la spesa rispetto al 2024; escludendo una parte di questo aumento dal calcolo, il ritmo di crescita della spesa netta tornerebbe entro il limite raccomandato dalle regole europee.

Il problema non riguarda soltanto il rapporto tra deficit e prodotto interno lordo. La nuova governance fiscale dell’Unione impone anche il rispetto di una traiettoria annuale e cumulata per la spesa netta, pensata per mantenere sostenibile il debito. Secondo le stime dell’esecutivo, nel prossimo anno l’Italia supererebbe il tetto fissato dal Piano strutturale di bilancio del 2024, anche per effetto dell’inflazione che spinge verso l’alto pensioni e assegno unico universale.


Spese militari e consenso politico

Il confine tra risorse davvero aggiuntive e somme semplicemente trasferite nella clausola non è ancora definito in ogni dettaglio. È certo però che la quota destinata a questa operazione resterà minoritaria rispetto all’intero stanziamento per la difesa.

La riclassificazione assume anche un peso politico. Una parte della maggioranza teme che l’aumento delle uscite per sicurezza e armamenti possa penalizzare il consenso, soprattutto in una fase vicina alle elezioni e caratterizzata dalla pressione dei prezzi. In questo scenario, le esigenze di finanza pubblica si intrecciano con quelle geopolitiche e con la difficoltà di rendere accettabili nuove spese militari.

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