Difesa europea, il paradosso dei missili: tutti costruiscono ma nessuno decide
La lettera di Guido Crosetto rilancia l’idea di uno scudo continentale, ma la risposta alla guerra in Ucraina mostra il vuoto di potere tra gli Stati europei.
Il nodo della sicurezza europea non è più soltanto mettere insieme radar, missili, industrie e finanziamenti. Il problema decisivo è stabilire chi possa autorizzarne l’impiego quando arriva una crisi. La lettera inviata da Guido Crosetto a Igor Boni, presidente di Europa Radicale, fotografa proprio questa contraddizione: gli strumenti comuni avanzano, mentre la scelta politica resta nelle mani dei singoli governi.
Boni aveva proposto di utilizzare capacità occidentali per difendere immediatamente le città ucraine dai bombardamenti russi. Il ministro della Difesa, però, ha spostato il ragionamento sul futuro assetto strategico del continente, indicando l’Ucraina come una componente destinata a incidere stabilmente sulla sicurezza europea.
Lo scudo comune resta senza regia
Nella sua risposta, Crosetto sostiene che la protezione dell’Europa debba avere una dimensione realmente continentale, superare i confini dei ventisette Paesi dell’Unione e affiancare la Nato senza sostituirla. L’architettura, secondo il ministro, dovrebbe coinvolgere anche gli Stati europei esterni all’Unione che condividono interessi essenziali e responsabilità strategiche.
Da questa prospettiva, l’Ucraina non sarebbe soltanto una nazione da sostenere fino alla fine del conflitto, ma una parte integrante del futuro sistema di sicurezza. Crosetto considera inoltre necessario creare una capacità europea integrata per la difesa aerea e spaziale, dentro la quale far confluire progressivamente risorse nazionali, comunitarie e alleate.
L’idea comprende anche lo “Scudo della Difesa Europeo”, concepito come una rete multilivello. La proposta, tuttavia, non scioglie il quesito posto da Boni: chi dovrebbe ordinare subito l’impiego dei sistemi occidentali per proteggere le città ucraine? La risposta si concentra sulla costruzione di una capacità futura e sul sostegno alle iniziative diplomatiche, senza indicare un’autorità comune già in grado di agire.
I sistemi ci sono, gli ordini no
Dal luglio scorso l’Italia partecipa alla coalizione integrata per la difesa contro i missili e i missili balistici. Il gruppo riunisce dieci Paesi: Italia, Ucraina, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia e Svezia.
Tra i progetti figura FREYJA, un modello nel quale l’Ucraina mette a disposizione l’intercettore e i partner europei forniscono radar, tracciamento e comando. L’obiettivo è ottenere una protezione antibalistica meno costosa e meno legata alle disponibilità degli alleati. Sul piano tecnico, dunque, esistono già esperienze operative, cooperazione industriale e strumenti condivisi.
Anche le risorse finanziarie sono state individuate. L’Unione ha approvato programmi di acquisto per 28,3 miliardi nell’ambito del prestito destinato al sostegno dell’Ucraina, includendo i Patriot che arriveranno dalla futura produzione statunitense. Ma la fabbricazione richiederà tempo, mentre Kyjiv ha bisogno degli intercettori adesso.
Kaja Kallas, durante la riunione dei ministri della Difesa a Bruxelles, ha indicato una soluzione immediata: trasferire a Kiev parte delle scorte nazionali e rimpiazzarle in seguito con i missili acquistati grazie ai finanziamenti europei. La proposta non ha prodotto nuovi impegni. Il continente riesce a finanziare le forniture di domani, ma non convince i governi a condividere quelle disponibili oggi.
Bruxelles approva progetti ma aspetta navi
Nella stessa giornata sono stati approvati i primi cinque progetti europei di interesse comune nel settore della difesa. I programmi riguardano droni e sistemi antidroni, protezione marittima e dei fondali, spazio, difesa del fianco orientale e apparati integrati contro minacce aeree e missilistiche.
L’ultimo progetto dovrebbe collegare i sistemi di allerta e comando dei Paesi partecipanti. La contraddizione è evidente: l’Europa sta integrando le proprie infrastrutture militari senza aver creato un meccanismo altrettanto integrato per decidere quando usarle. Radar, satelliti, armamenti e finanziamenti possono essere condivisi; il passaggio operativo resta invece affidato alle capitali.
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La stessa difficoltà emerge nel Mar Rosso. L’operazione Aspides è stata pensata per proteggere il traffico mercantile lungo la rotta che comprende il Mar Rosso e Bab el-Mandeb, ma dispone di circa sei navi rispetto alle almeno dieci previste inizialmente. I mercantili continuano così ad attendere una scorta e, alla conclusione della riunione, non è arrivata alcuna nuova disponibilità certa.
Kallas ha osservato che ogni missione deve poter contare sui mezzi necessari. Due Paesi, senza essere indicati, hanno lasciato intendere una possibile offerta, ma non è stato assunto un impegno definitivo. Il comando europeo esiste, la missione è stata approvata e il rischio è riconosciuto: quando si tratta di inviare le fregate, però, ricomincia la trattativa fra i governi.
La velocità resta nazionale
Pochi giorni prima, con la fregata Bergamini ferma a Gibuti e alcune navi mercantili italiane in attesa di protezione, Crosetto aveva avvertito che le unità navali non potevano restare ferme davanti ai tempi della burocrazia europea. L’Italia si era detta pronta a garantire autonomamente la scorta ai propri cargo e la situazione si era sbloccata in breve tempo.
Il ministro aveva già sostenuto, davanti ai vertici militari europei riuniti a Roma, che al continente non servono nuovi livelli burocratici, bensì rapidità nelle decisioni e capacità di intervento. Aveva anche ricordato che nessun singolo Paese può affrontare da solo guerra ibrida, minacce informatiche e crisi internazionali.
La posizione espressa nella lettera a Boni segue quindi una linea precisa. Crosetto non contesta la necessità di una difesa europea; al contrario, ne amplia l’orizzonte fino a comprendere l’Ucraina e una cooperazione continentale più larga della sola Unione. Il limite riguarda l’istituzione alla quale affidare le scelte urgenti.
L’Ucraina accelera il progetto europeo
La guerra ha modificato anche il rapporto tra gli eserciti europei e quello ucraino. All’inizio dell’invasione ci si chiedeva soprattutto che cosa Kyjiv potesse apprendere dalle forze armate occidentali. Ora il trasferimento di esperienza procede anche nella direzione opposta: il conflitto ha prodotto conoscenze concrete sulla guerra dei droni e sulla difesa contro i missili balistici.
FREYJA nasce proprio da questa esperienza. Crosetto considera il contributo ucraino una fonte di innovazione e di capacità condivise utili alla sicurezza dell’intero continente. È uno degli aspetti più significativi della sua impostazione, perché mostra che l’Ucraina viene immaginata come parte attiva e non soltanto come destinataria di aiuti.
La questione centrale, però, resta irrisolta. L’Europa può coordinare ricerca, industria, finanziamenti, addestramento e sistemi d’arma, ma non può lasciare la decisione finale completamente separata da questo processo. Una difesa comune non coincide con ventisette eserciti che acquistano lo stesso missile: serve un’autorità politica capace di stabilire quando utilizzarlo, dove impiegarlo e contro quale minaccia.
La costruzione di una difesa europea, in realtà, è già cominciata. Quello che manca è il potere comune necessario a governarla. Finché per proteggere una rotta, consegnare intercettori o attivare uno scudo sarà indispensabile bussare alle porte di ciascun governo, l’Europa avrà strumenti condivisi ma non ancora una vera capacità politica di difesa.
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