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Attualità 4 min di lettura2 ore fa

Destra o sinistra? La mappa della politica ormai porta altrove

Dalla Rivoluzione francese al neoliberismo, le vecchie categorie politiche hanno cambiato significato fino a lasciare spazio alla distanza tra chi sta sopra e chi sta sotto.

Per decenni destra e sinistra sono state usate come coordinate quasi automatiche per leggere la politica e scegliere da quale parte stare. Oggi, però, quelle parole sembrano descrivere sempre meno le fratture reali: il conflitto decisivo passa piuttosto tra chi occupa i piani alti della società e chi ne subisce le decisioni dal basso.

Giorgio Gaber aveva colto in anticipo questo logoramento del linguaggio. Nello spettacolo del 1994 dedicato alla distinzione tra destra e sinistra osservava: «Le parole definiscono il mondo. Ma il mondo gira e le parole stanno ferme». La sua canzone arrivava alla stessa conclusione con ironia: la responsabilità non è soltanto della storia, ma anche di chi continua a usare categorie ormai svuotate.


La frattura nata nella Rivoluzione

L’origine della coppia destra-sinistra viene fatta risalire al 20 giugno 1789, a Versailles, durante gli Stati Generali. Nella Sala della Pallacorda i rappresentanti si disposero su lati contrapposti: da una parte aristocrazia e alto clero, dall’altra il Terzo Stato, espressione della borghesia che contestava l’antico regime.

Quella borghesia conservò una spinta rivoluzionaria fino al 1848. In seguito, la difesa della proprietà e l’avanzata della rivoluzione industriale la portarono a cercare un’intesa con gli avversari di un tempo. Il cambiamento economico finì così per ridimensionare la centralità della trasformazione politica.

Eric J. Hobsbawm sintetizzò il passaggio spiegando che i liberali moderati avevano compreso due cose: «che la rivoluzione era pericolosa, e che, per ottenere soddisfazione ad alcune delle loro principali richieste, soprattutto in campo economico, se ne poteva fare a meno». La funzione di riferimento del progresso passò quindi al Quarto Stato, composto da settori del movimento operaio e del ceto medio, sospeso tra riforme e rottura rivoluzionaria.


Il compromesso che ha retto mezzo secolo

Una parte di quel conflitto venne ricomposta nel modello indicato da John M. Keynes come alleanza tra produttori: un accordo tra imprenditoria e lavoro organizzato. Attraverso il piano americano del Nuovo corso e la costruzione dello stato sociale europeo, il sistema cercò di contenere le crisi del capitalismo e di ridurre le disuguaglianze.

Questo equilibrio rimase in piedi per circa cinquant’anni, dal 1929 al 1980. La svolta arrivò con le politiche associate a Margaret Thatcher e Ronald Reagan, che misero in discussione l’impianto egualitario di matrice liberal-socialista e favorirono una nuova centralità dell’individualismo e dell’accumulazione privata.

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A sostenere quella trasformazione furono anche le teorie di Friedrich Hayek e Milton Friedman, insieme ai circoli liberali anticomunisti riuniti nella Società del Monte Pellegrino. Il loro progetto contribuì a diffondere il neoliberismo e a influenzare il modo in cui la politica avrebbe affrontato economia, società e disuguaglianze.


Quando le categorie si sono svuotate

Secondo questa lettura, la nuova egemonia economica e comunicativa della finanza avrebbe prodotto anche una progressiva uniformità del ceto politico. Le differenze tra gli schieramenti si sarebbero così ridotte, mentre la politica a sinistra avrebbe smesso di concentrarsi soprattutto su inclusione e redistribuzione, diventando per molti uno strumento di avanzamento personale nelle istituzioni.

Marco Revelli ha descritto l’esistenza di due destre: una plebiscitaria e dai tratti fascistoidi, l’altra tecnocratica ed elitaria. Colin Crouch, parlando di post-democrazia, ha invece sottolineato come le elezioni rischino di trasformarsi in competizioni tra marchi, più che in occasioni di scelta effettiva per i cittadini.

In questo scenario, una parte della sinistra ha provato a conquistare il consenso attraverso il cambio di linguaggio e di immagine, adottando temi e abiti politici appartenenti all’avversario. La strategia ricordava la vecchia intuizione di Benjamin Disraeli, secondo cui i conservatori avrebbero dovuto sorprendere i progressisti e impadronirsi dei loro vestiti. Il risultato, però, non avrebbe convinto né gli elettori di destra, rimasti fedeli agli originali, né quelli di sinistra, molti dei quali hanno scelto l’astensione.


Sopra e sotto, la nuova linea

Da qui nasce l’idea che la distinzione tradizionale non sia più sufficiente per orientarsi. Destra e sinistra continuano a essere impiegate nel dibattito pubblico e sui social, spesso come etichette identitarie o emotive, ma non riescono più a rappresentare con precisione i rapporti di potere.

La divisione più concreta, secondo questa interpretazione, sarebbe quella tra chi decide dall’alto e chi vive le conseguenze delle decisioni. Le vecchie parole restano in circolazione, mentre il mondo politico e sociale a cui si riferivano è cambiato: proprio il contrasto indicato da Gaber tra termini immobili e realtà in movimento.

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