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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

De Villepin e Mélenchon: la sinistra francese mostra ciò che manca in Italia

Il caso del leader della sinistra francese diventa un confronto con l’opposizione italiana e con il ruolo che dovrebbe avere davanti al potere.

Dominique de Villepin, ex ministro di Jacques Chirac, ha manifestato attenzione verso i giovani e ha contestato il ricorso alla forza pubblica. In un’Italia in cui persino la richiesta di sicurezza o di servizi efficienti rischia di essere bollata come estremista, anche una figura moderata e raffinata come lui potrebbe finire descritta come un esponente della sinistra radicale.

La distanza tra questo atteggiamento e quello dell’opposizione italiana aiuta a leggere il comportamento di Jean-Luc Mélenchon, ma anche una trasformazione più ampia della sinistra occidentale. Il punto non è soltanto stabilire se le sue idee siano condivisibili: occorre chiedersi quale funzione debba svolgere chi si oppone a un governo.


Il paradosso del campo largo

In Italia, secondo l’analisi dell’autore, la sinistra ha contribuito per decenni a indebolire proprio le basi sociali, culturali ed economiche sulle quali aveva costruito la propria forza. Il risultato sarebbe un progressivo allontanamento dai temi concreti, mentre la ricerca di un’alleanza sempre più ampia rende difficile capire quale identità politica resti davvero in campo.

La collaborazione alla costruzione di questo clima è stata costante: chi reclama una casa, pretende di poter camminare senza paura di notte o desidera una scuola decorosa viene facilmente collocato tra gli estremisti. Nel frattempo, davanti a problemi denunciati dai critici del governo — dalla precarietà alla sicurezza, dalla sanità ai trasporti — un partito di centro che si presenta come progressista sembra limitarsi a chiedere alla presidente del Consiglio di riferire in Parlamento.


Mélenchon sceglie lo scontro

Il leader francese si muove in modo opposto. Sostiene le proteste studentesche e considera inaccettabile che agenti travestiti da robot inseguano e colpiscano ragazzi di quattordici anni. Difende inoltre l’idea di una Francia creola e, in televisione, ha affrontato Yannick Landurain, maggiore della Brigata anticrimine, dopo aver ricordato le vittime degli interventi di polizia.

In quel confronto, Mélenchon ha dichiarato: «Se sarò eletto, pretenderò obbedienza e tutti i poliziotti che si sono comportati male saranno espulsi». Una posizione netta, presentata dall’autore come un esempio di opposizione reale, soprattutto se confrontata con la cautela mostrata dalla sinistra italiana dopo gli scontri di Pisa del 22 febbraio 2024.

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Una battaglia senza illusioni

Mélenchon, descritto come colto, efficace nell’oratoria e capace di rendere semplici questioni complesse, sa di non avere concrete possibilità di arrivare all’Eliseo. I sondaggi lo danno nettamente sconfitto in un eventuale confronto con Marine Le Pen; perciò l’appoggio alle mobilitazioni studentesche non può essere letto come una semplice strategia per conquistare in pochi mesi la presidenza.

La sua scelta, piuttosto, consiste nel mantenere visibile il conflitto e nel preparare condizioni politiche diverse per il futuro. L’autore collega questa funzione a una concezione storica della sinistra: fino alla fine degli anni Settanta, anche chi non condivideva quella prospettiva riteneva che il cambiamento sarebbe arrivato soprattutto da quell’area, nonostante le Brigate rosse e la violenza di alcuni gruppi extraparlamentari.


L’opposizione non può sparire

Ogni opposizione, sostiene l’articolo, deve confrontarsi con il potere e non può rinunciare allo scontro quando è il governo stesso a cercarlo. In Francia Mélenchon tiene accesa questa possibilità, pur sapendo che il contesto è cambiato e che l’avanzata della destra ha modificato il terreno sul quale la sinistra era abituata a muoversi.

Anche in Italia la destra si è affermata attraverso un processo lento, favorito — nell’interpretazione proposta — dagli errori e dalle rinunce della sinistra. Il rifiuto del contrasto, della rottura e del conflitto sociale avrebbe finito per trasformarsi in una forma di auto-cancellazione politica, lasciando senza rappresentanza questioni che un tempo appartenevano al suo stesso spazio.

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