Da Hermann a Sebastiano: il rapimento che ora sogna il cinema
Portato via a cinque mesi da una falsa assistente sociale, ha scoperto la propria identità dodici anni dopo grazie a una fotografia.
Una fotografia pubblicata quando aveva dodici anni ha riaperto una vicenda che sembrava ormai senza risposta. Il bambino ritratto era stato cresciuto lontano dalla famiglia d’origine con il nome di Hermann, ma in realtà era Sebastiano Notarnicola, scomparso da un bar milanese nel 1978. Oggi, a 48 anni, vive in Germania e vorrebbe vedere la sua storia trasformata in un film: «Mi serve solo qualcuno che lo produca».
GioiaPura
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La foto che ha cambiato tutto
Sebastiano ricorda con sentimenti contrastanti gli anni trascorsi nella famiglia Croci. Da una parte descrive quell’infanzia come un periodo sereno; dall’altra, la sua identità gli è stata sottratta e la verità è rimasta nascosta fino all’adolescenza.
La svolta arrivò dopo un incendio che distrusse la casa della famiglia. Il ragazzino, allora dodicenne, riuscì a salvarsi grazie a Queen, il pastore tedesco di casa, che lo trascinò fuori prendendolo per una caviglia. Dopo essere stato trasferito in collegio, una sua immagine comparve su una pubblicazione e venne notata da una parente della famiglia biologica, colpita dalla somiglianza con uno dei fratelli di Sebastiano.
Quella segnalazione riaccese le indagini sulla scomparsa del bambino. Gli esami genetici confermarono poi l’ipotesi: Hermann era il piccolo portato via a Milano dodici anni prima.
Un bambino portato via con un inganno
Il rapimento risale al 20 aprile 1978. Annamaria Desiati si trovava in un locale di corso Vercelli con il figlio di appena cinque mesi, in un momento di difficoltà economica. Aveva pubblicato un annuncio per trovare abiti usati e una donna, presentatasi come assistente sociale, aveva risposto mostrandosi disponibile ad aiutarla.
La sconosciuta propose di accompagnare il neonato in un negozio per acquistare alcuni vestiti. La madre accettò e rimase ad aspettare nel bar, ma la donna sparì con il bambino. Dopo circa un’ora arrivò la denuncia: i dati forniti dalla rapitrice, però, erano inventati e le prime ricerche non portarono a risultati.
Il piccolo venne condotto a Cremeno, in Valsassina, dove la donna viveva con il marito Walter Croci. Secondo il racconto di Sebastiano, lei non poteva avere figli e aveva raccontato al compagno che quel bambino era loro, dopo una lunga permanenza in ospedale. Per dodici anni, così, Sebastiano visse con un altro nome e senza sapere nulla delle proprie origini.
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Il ritorno alla famiglia d’origine
Nella casa dei Croci frequentò poco la scuola e trascorse molto tempo con Walter, camionista che si occupava della sua educazione. L’uomo gli insegnò a leggere e scrivere e, quando era ancora molto piccolo, anche ad avviare i motori dei camion.
Dopo l’identificazione, Sebastiano passò attraverso istituti e diverse famiglie. Il ricongiungimento con i genitori naturali avvenne soltanto quando aveva 16 anni, ma il rapporto con la madre biologica non riuscì a consolidarsi. Nel frattempo i genitori si erano separati e quella nuova verità non cancellò gli anni vissuti lontano da loro.
La donna condannata per il rapimento scontò tre anni di carcere, mentre Walter Croci era già morto. Sebastiano arrivò persino a cercare la coppia che lo aveva cresciuto, nel tentativo di comprendere meglio una storia che continuava a condizionare la sua vita.
Una vita nuova, ma senza radici
Oggi vive a Grömitz, in Germania, dove lavora come pizzaiolo. Preferisce ancora essere chiamato Hermann, il nome con cui è cresciuto, e ha messo per iscritto la propria esperienza in due libri.
Nonostante il tempo trascorso, racconta di non aver mai trovato completamente il proprio posto nel mondo. «Mi sento solo», ha detto parlando delle conseguenze di un’identità spezzata tra due famiglie e due vite. Ora guarda al cinema come a un possibile modo per far conoscere quella vicenda, purché qualcuno decida di sostenerne la realizzazione.
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