Cuccioli malati e razze false: la truffa dei cani “pezzottati” a Napoli
Le intercettazioni raccontano animali importati troppo presto, documenti irregolari, farmaci per mascherare le condizioni critiche e pagamenti spesso in contanti.
Un cane venduto come esemplare di razza che, crescendo, diventa irriconoscibile; cuccioli senza identificazione e animali sostenuti con iniezioni prima di essere esposti in negozio. È il quadro delineato da un’inchiesta dei carabinieri del Citas di Napoli su una presunta associazione che avrebbe lucrato sulla vendita di cagnolini provenienti dall’Ungheria, trasferiti in Italia prima dei 60 giorni previsti dalla legge.
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Cuccioli fragili tenuti in vita dai farmaci
Secondo gli atti, gli animali arrivavano nei punti vendita di Napoli e Torre Annunziata provati dal viaggio, separati troppo presto dalla madre e spesso malati o infetti. Venivano sistemati in spazi angusti e in condizioni igieniche precarie; alcuni, inoltre, sarebbero stati sottoposti a trattamenti farmacologici per apparire vivaci agli occhi dei clienti.
Nelle conversazioni raccolte dagli investigatori, una miscela di Plasil, Ranitidina e Rocefin sarebbe stata chiamata “la bomba”. Il composto veniva utilizzato quando un cucciolo mostrava segnali di malessere: in una telefonata, alla domanda sulle condizioni di un maltese, la risposta riferiva che aveva perso sangue, mentre la soluzione proposta era proprio l’iniezione del preparato. Diversi animali, sempre secondo la ricostruzione accusatoria, morivano poco dopo la vendita.
L’indagine è stata condotta dai carabinieri del Citas sotto la guida del colonnello Marco Trapuzzano e coordinata dal pm Giulio Vanacore. L’ordinanza raccoglie denunce e contestazioni relative a fatti che risalirebbero fino al 2014, con una decina di persone coinvolte e 45 capi d’imputazione complessivi.
Razze promesse, cani molto diversi
Una delle contestazioni riguarda la presentazione degli animali come soggetti di pregio, accompagnata in alcuni casi da attestazioni sanitarie o genealogiche ritenute false. Una cliente, dopo aver acquistato quello che le era stato indicato come cane di taglia mini, protestò perché l’animale aveva raggiunto gli otto chili e mezzo: “Altro che razza toy, è diventato una pecora”. Il cucciolo era stato venduto come Shi Tzu, sebbene per questa razza la variante toy non esista.
In un’altra conversazione, una compratrice chiedeva notizie del certificato genealogico dopo avere notato che il cane stava cambiando aspetto. Il venditore cercava di tranquillizzarla sostenendo che la trasformazione sarebbe rientrata nella crescita normale dello spitz e rinviava ancora la consegna dei documenti. Tra le carte compare anche il caso di un cliente convinto di aver acquistato un barboncino toy sano, che si sarebbe invece ritrovato in casa un meticcio con un difetto ereditario.
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Gli investigatori avrebbero inoltre documentato l’uso irregolare dei microchip. Un rivenditore parlava di 40 barboncini privi di identificazione e chiedeva di applicarne soltanto alcuni, pagando separatamente il servizio. Il gip Giovanni Vinciguerra scrive che i dispositivi sarebbero stati inseriti solo quando necessario, soprattutto in vista di eventuali controlli dell’Asl.
Contanti e registri aggirati
Una parte rilevante delle vendite sarebbe rimasta fuori dalla contabilità, grazie a pagamenti in contanti e alla mancata emissione delle ricevute. La ricostruzione finanziaria esaminata nell’ordinanza riguarda 54 clienti: su 43.875 euro incassati, appena 14.855 risultano transitati attraverso carte di credito o bancomat.
Tra gli esempi figurano acquisti pagati interamente in contanti per 1.300, 1.150 e 1.750 euro, oltre a un’operazione composta da 100 euro tracciati e 300 consegnati a mano. Un cliente aveva invece versato tutti i 1.500 euro con pagamento elettronico, ma aveva comunque presentato denuncia dopo aver scoperto che il cane non corrispondeva a quello promesso.
Il gip ha disposto la custodia in carcere per Giuseppe Esposito, Marco Esposito e Giuseppe Gallo, mentre Manuel Esposito e Giovanni Marfella sono stati mandati ai domiciliari. La misura cautelare riguarda l’accusa di associazione a delinquere e altri sei episodi contestati nell’ambito dell’inchiesta.
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