Crans-Montana, due figlie salve: la notte che continua nel sonno
Federica Invernizzi racconta la fuga delle figlie dal rogo del Constellation e le conseguenze fisiche e psicologiche che ancora oggi segnano la famiglia.
Per Elisabetta la tragedia non è finita quella notte: la quindicenne, rimasta all’esterno del locale, ricorda ancora l’angoscia e si sveglia urlando. La sorella Francesca, invece, ha riportato ustioni e la rottura dei legamenti, ma non conserva memoria delle immagini più terribili viste durante la fuga.
Federica Invernizzi, epatologa e primario all’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, parla delle figlie sopravvissute all’incendio del Constellation di Crans-Montana. Il rogo, divampato nella notte di Capodanno, ha causato 41 morti e 115 feriti. «Viviamo ogni giorno ringraziando per averle ancora con noi», racconta la madre.
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Elisabetta porta ancora il peso della notte
A Milano, la notizia arrivò attraverso una telefonata dell’ex marito, svegliando Invernizzi nel cuore della notte. L’uomo le descrisse una situazione caotica e scene drammatiche, mentre le prime informazioni sull’incendio non erano ancora apparse pubblicamente.
La figlia più giovane si era fermata fuori dal locale perché il responsabile della sicurezza non l’aveva riconosciuta e le aveva chiesto di mettersi in coda. Quel ritardo, vissuto inizialmente con irritazione, le impedì di trovarsi all’interno quando divamparono le fiamme. Tuttavia, la ragazza assistette alla tragedia dall’esterno e oggi soffre di disturbo post-traumatico, assume farmaci per dormire ed è tormentata dal senso di colpa per essere sopravvissuta mentre altri ragazzi morivano. «Paradossalmente mi preoccupa di più», ammette la madre.
Francesca, ferita ma fuori dalle fiamme
Francesca era invece già entrata nel locale. Si trovava vicino ai bagni, nella zona fumatori, quando si accorse dell’incendio. Prima di cercare una via di fuga, tornò indietro per avvertire gli amici, poi si diresse verso le scale.
Durante la fuga venne travolta da due ragazze e cadde, riportando la rottura dei legamenti del ginocchio destro. Quella caduta, però, la tenne lontana dalla fiammata che poco dopo risalì dalle scale alimentata dalla combustione dell’ossigeno. Bloccata a terra e convinta di poter morire schiacciata dalla folla, riuscì a rimettere in posizione la rotula e a raggiungere le uscite laterali.
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La madre ricorda di averla vista con i capelli bruciati, priva della maglia e con i vestiti sciolti quasi completamente, mentre i pantaloni presentavano diversi buchi. Aveva perso una scarpa e la borsa, ma stringeva ancora il telefono. Le ustioni coprivano il 25% del corpo ed erano soprattutto di secondo grado, con una zona più profonda; il livello di monossido di carbonio era elevato, ma i medici decisero di non intubarla perché respirava in modo adeguato.
Memoria e cure: una strada ancora lunga
Francesca ha conservato il ricordo di ciò che le è accaduto, ma non delle scene circostanti: non rammenta i volti degli amici feriti, il sangue o i corpi. Secondo gli specialisti, questa amnesia selettiva rappresenta una forma di protezione psicologica utile in questa fase. Dopo mesi di assistenza a casa, la ragazza è riuscita a rientrare a scuola in primavera.
Tra gli oggetti rimasti intatti c’è un piccolo corno portafortuna con un munaciello, acquistato pochi giorni prima a Napoli. La catenina si è fusa lasciandole un segno sulla pelle, mentre il pendente non è stato distrutto dalle fiamme.
In estate entrambe le sorelle sono tornate a Crans-Montana, dove la famiglia possiede una casa e dove sono legati molti ricordi dell’infanzia. Invernizzi vuole trasformare l’esperienza in un impegno sul piano medico e civile: «Le ustioni non sono trattate adeguatamente come malattie croniche, e invece lo sono perché portano danni a lunghissimo termine». Il suo obiettivo è promuovere maggiore attenzione sulle conseguenze durature delle ustioni e aiutare chi le subisce ad affrontare il futuro.
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