Cpr, il conto sale ma i rimpatri crollano: il nodo è all’estero
Il rapporto di ActionAid e Università di Bari mette in discussione l’espansione dei centri: più trattenimenti non significano automaticamente più espulsioni.
Aumentare la forza con cui lo Stato tenta di eseguire i rimpatri non basta se i Paesi d’origine non collaborano. È questa la conclusione più netta del rapporto Espulsioni, realizzato dal progetto Trattenuti di ActionAid e Università di Bari, secondo cui l’ampliamento dei Cpr rischia di produrre più costi e permanenze più lunghe senza garantire risultati migliori.
La disponibilità delle autorità straniere a riconoscere i propri cittadini, rilasciare i documenti necessari e accettarne il ritorno resta infatti decisiva. Come sintetizza il rapporto, «più coercizione non produce necessariamente più capacità di rimpatrio».
Il Bangladesh mostra il limite del sistema
Il caso del Bangladesh rende evidente la distanza tra arrivi, accordi e partenze effettive. Nel 2025 i cittadini bangladesi sono stati la nazionalità più numerosa tra gli sbarchi, con circa 20 mila persone, ma nello stesso anno i rimpatri registrati da Eurostat sono stati appena 140.
A maggio 2025 Matteo Piantedosi aveva firmato a Dacca un’intesa che comprendeva anche la collaborazione per il ritorno dei migranti irregolari. L’accordo con l’Unione europea, tuttavia, ha natura giuridica non vincolante. Il dato sulle partenze mostra quindi che l’esistenza di un’intesa non coincide automaticamente con una cooperazione sufficiente a rendere operativi i rimpatri.
La stessa difficoltà emerge dal confronto tra i diversi Paesi. Nel 2025 l’Italia ha rimpatriato 860 cittadini albanesi, 700 tunisini, 575 egiziani, 335 marocchini e 270 nigeriani. La composizione delle partenze è solo in parte sovrapponibile a quella degli arrivi via mare, proprio perché i risultati dipendono dai rapporti costruiti con gli Stati chiamati a riammettere i propri cittadini.
Più trattenuti, meno ritorni
Nel 2022 i Cpr avevano accolto 6.457 persone e consentito 3.154 rimpatri. Tre anni dopo gli ingressi sono saliti a 6.835, mentre le espulsioni realizzate attraverso i centri sono scese a 1.732: una riduzione del 45,1%.
Il rapporto rileva che nel 2025 soltanto una persona su quattro tra quelle trattenute è stata effettivamente rimpatriata. Nello stesso periodo, invece, i ritorni forzati realizzati senza il passaggio dai Cpr sono aumentati del 22,2% e quelli effettuati con modalità diverse dai centri sono arrivati a quadruplicare rispetto al 2022. La maggiore disponibilità di posti, dunque, non si è trasformata in un incremento proporzionale delle espulsioni.
Anche la durata della detenzione si è allungata. Nel 2025 sono serviti in media 148 giorni di trattenimento per ogni rimpatrio, oltre il doppio della media calcolata per il periodo 2018-2024.
Tra il 2023 e il 2025, mentre i rimpatri dai Cpr si sono ridotti della metà, la spesa detentiva associata a ciascun ritorno è aumentata del 156,5%, arrivando a una stima di circa 20.200 euro. Per ActionAid e Università di Bari, prima di realizzare altri centri occorrerebbe dimostrare quale beneficio concreto aggiungano rispetto agli strumenti già disponibili.
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Albania e dati sempre più difficili
La questione riguarda anche Gjadër, in Albania, utilizzato dal 2025 come Cpr per persone già trattenute nelle strutture italiane. Chi viene trasferito lì, però, deve rientrare in Italia prima che il rimpatrio possa essere materialmente eseguito.
I numeri diffusi dal Viminale indicano 685 trasferimenti a Gjadër e 101 rimpatri al 14 luglio 2026, pari al 14,7%. Il 28 settembre Piantedosi ha difeso comunque l’operazione, sostenendo che «le spese reali nel 2025 sono state di 50 milioni per espellere un centinaio di persone» e definendo quella somma «spesa bene». Il ministro aveva indicato tra le persone trasferite anche «pluriomicidi, violentatori seriali e di minorenni».
Nel complesso, il rapporto calcola per il 2025 4.784 rimpatri forzati. A questi si aggiungono 1.313 persone che hanno lasciato autonomamente l’Italia dopo aver ricevuto l’ordine di allontanamento e 675 partenze volontarie assistite, per un totale di 6.772 uscite.
Per la prima volta, però, il Viminale non ha fornito la suddivisione dei rimpatri per nazionalità, nonostante la richiesta presentata da ActionAid. Il ministero ha trasmesso soltanto il dato complessivo, richiamando il rischio che le cifre potessero essere interpretate. Il rapporto contesta questa motivazione: la possibilità di leggere e valutare un dato, osserva, non può essere considerata un effetto negativo della trasparenza amministrativa.
Gli accordi decidono il risultato
Il raffronto tra ordini di lasciare l’Italia e rimpatri conferma quanto pesi la cooperazione internazionale. Per i cittadini albanesi sono stati conteggiati 1.495 ordini e 860 ritorni, pari al 57,5%; per gli egiziani 1.155 ordini e 575 rimpatri, cioè il 49,8%.
I valori cambiano radicalmente per altre nazionalità: il Marocco registra 3.565 ordini e 335 partenze, il 9,4%, mentre l’Algeria si ferma a 85 rimpatri su 2.060 provvedimenti, appena il 4,1%. Il rapporto precisa che non si tratta di un tasso di efficacia in senso rigoroso, perché l’ordine eseguito potrebbe essere stato emesso in un anno precedente. Il confronto, tuttavia, mostra quanto siano diseguali i risultati tra i diversi corridoi di riammissione.
Tra il 2022 e il 2024 la Tunisia rappresentava circa la metà dei rimpatri forzati e, in media, circa il 70% delle espulsioni realizzate dai Cpr riguardava cittadini tunisini. Dopo la sospensione della collaborazione sui voli dedicati, i rimpatri effettuati con quei collegamenti sono passati dai 2.006 del 2023 ai 360 del 2025.
Nonostante questi risultati, il governo intende ampliare la rete dei centri. Piantedosi ha annunciato sei nuove strutture: una in Campania, due in Trentino-Alto Adige, una in Calabria, una in Toscana e una in Emilia-Romagna. La scelta si inserisce nella strategia del governo Meloni, ma i dati del rapporto lasciano aperta la domanda principale: senza accordi solidi con i Paesi di destinazione, nuovi posti e maggiori stanziamenti possono aumentare la capacità di trattenere, non necessariamente quella di rimpatriare.
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