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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Corte penale, il premio europeo apre una domanda scomoda

Il riconoscimento del Parlamento europeo rafforza l’autonomia della giustizia internazionale, ma non trasforma ogni decisione dei suoi giudici in una verità indiscutibile.

La scelta del Parlamento europeo di assegnare il premio Sacharov alla Corte penale internazionale e ai suoi funzionari rappresenta, secondo questa lettura, una risposta netta a chi tenta di ridimensionare il diritto internazionale. Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping vengono indicati come protagonisti di una pressione politica diretta contro le istituzioni transnazionali e contro l’idea stessa di una giustizia capace di occuparsi anche dei più potenti.

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Un riconoscimento che non chiude il dibattito

Il valore della Corte, però, non dipende dall’assenza di errori. La sua storia comprende risultati importanti, a partire dalla condanna di Thomas Lubanga, pronunciata nel 2012: fu il primo verdetto dell’istituzione e riguardò il reclutamento di minori destinati a combattere nella Repubblica Democratica del Congo. Quel procedimento dimostra che un tribunale internazionale può arrivare a una decisione basata su elementi probatori e garanzie processuali.

Un altro passaggio decisivo riguarda il mandato di arresto emesso nei confronti di Vladimir Putin e di Maria Alekseyevna Lvova-Belova, commissaria russa per i diritti dell’infanzia. L’accusa concerne la deportazione e il trasferimento illegale di bambini dall’Ucraina occupata alla Russia. In una vicenda simile, non era realistico attendersi un’azione autonoma da parte della magistratura russa.


Difendere i giudici senza assolverli

La Corte penale internazionale è nata con lo Statuto di Roma del 1998, diventato operativo nel 2002. Il suo mandato riguarda le responsabilità individuali per i crimini più gravi di rilievo internazionale, non la condanna degli Stati in quanto tali. Proprio per questo i suoi atti devono essere contestati sul piano delle prove, delle motivazioni e delle regole applicate.

La protezione dell’autonomia giudiziaria è tuttavia un principio distinto dall’adesione automatica a ogni decisione. Un premio politico e morale non può rendere infallibile un organo giudiziario; allo stesso modo, un provvedimento sgradito a una grande potenza non giustifica ritorsioni contro l’istituzione o contro chi vi lavora.


Le sanzioni non sostituiscono il diritto

Le misure adottate dall’amministrazione Trump contro la Corte vengono presentate come un tentativo di risolvere con la pressione politica controversie che richiederebbero un confronto giuridico. Punire un tribunale perché svolge indagini sugli Stati Uniti o sui loro alleati equivale ad accettare che il diritto possa avanzare soltanto entro i confini stabiliti dal potere di turno.

L’Europa fa dunque bene a difendere la Corte dalle intimidazioni. Questo sostegno, però, dovrebbe riguardare la sua indipendenza e non diventare una ratifica anticipata di ogni iniziativa. Anche le critiche a un mandato di arresto possono restare legittime senza trasformarsi in un attacco all’esistenza del tribunale.

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Il caso Netanyahu resta controverso

Le obiezioni ai mandati emessi contro Benkamin Netanyahu e Yoav Gallant riguardano presunti crimini di guerra e contro l’umanità, non l’accusa di genocidio. Il provvedimento non costituisce una sentenza, ma viene giudicato ingiustificato perché avrebbe finito per sovrapporsi al sistema giudiziario israeliano, considerato libero, autonomo e non subordinato al governo.

Secondo questa impostazione, l’intervento della Corte sarebbe arrivato troppo presto. Il suo ruolo dovrebbe scattare quando le autorità nazionali non vogliono o non riescono a perseguire realmente i responsabili; non dovrebbe quindi rimpiazzare una giurisdizione interna funzionante. La Corte ha adottato una valutazione diversa, ma il confronto deve svolgersi sulle norme e sui presupposti del provvedimento, non attraverso le sanzioni.


Genocidio, accuse e istituzioni diverse

La denuncia per genocidio presentata dal Sudafrica non è stata depositata davanti alla Corte penale internazionale, bensì alla Corte internazionale di giustizia. Quest’ultima ha considerato «plausibili» alcuni diritti invocati, compresa la tutela della popolazione palestinese di Gaza dal rischio di atti genocidari, e ha stabilito misure provvisorie. La decisione definitiva sul merito, però, non è ancora arrivata.

Anche l’accusa formulata dalla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, allora guidata da Navi Pillay, non proviene dalla Corte penale internazionale. Pillay, che è stata giudice della Corte dal 2003 al 2008, ha ricevuto il Nobel per la pace per il suo impegno a favore del diritto internazionale; quel riconoscimento non può però trasformare automaticamente le conclusioni della commissione in una verità giudiziaria.


Il peso dell’autorità morale

Dopo il Nobel, Pillay ha continuato a sostenere che l’accusa fosse pienamente provata, mettendola a confronto con lo sterminio degli Hutu ai danni dei Tutsi in Ruanda. In quel caso furono uccise centinaia di migliaia di persone con machete, bastoni chiodati e armi da fuoco.

Il problema sollevato non riguarda il diritto di formulare quell’accusa, ma l’uso dell’autorevolezza morale del premio per presentare come già risolta una questione che dovrebbe ancora essere esaminata e dimostrata. Distinguere tra Corte penale internazionale, Corte internazionale di giustizia, commissioni d’inchiesta e singole responsabilità serve a evitare che la critica venga confusa con la propaganda.

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