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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Corsica, il fantasma di Julie: il documentario che riapre una ferita

Tra la santa ribelle del 303 e l’omicidio di Julie Douib, Giulia Montinari racconta una Corsica sospesa tra memoria, silenzio e violenza patriarcale.

La storia di Sainte Julie mette in relazione due donne separate da secoli ma unite, nel racconto del documentario, da un destino di ribellione e violenza. Da una parte c’è Santa Giulia, patrona della Corsica, torturata e crocifissa nel 303 d.C. per non essersi piegata all’autorità di un re; dall’altra Julie Douib, corsa di 34 anni uccisa dall’ex marito nel 2023 a Île-Rousse, nonostante cinque denunce presentate alla polizia.

Il film di Giulia Montinari, presentato a chiusura della rassegna Mondovisioni durante il festival Internazionale di Ferrara, torna su un femminicidio che ha scosso l’isola e la Francia. Il filo che unisce le due Giulie diventa così una domanda sulla permanenza della violenza contro le donne, anche in una società che ama rappresentarsi come diversa e più egualitaria.


Una terra tra mito e contraddizioni

La Corsica occupa un ruolo centrale nell’opera. La figura della santa ribelle convive con il richiamo a una tradizione matriarcale, spesso considerata un pilastro della storia e dell’identità dell’isola. Nel 1755, inoltre, la Corsica fu il primo Paese europeo a riconoscere il voto alle donne, sebbene allora il diritto fosse riservato alle vedove con figli che guidavano il nucleo familiare.

Questa immagine di autonomia femminile entra però in conflitto con la realtà del paese costiero in cui Julie Douib venne assassinata. Île-Rousse appare come una comunità incapace di ascoltare i segnali, riconoscere il pericolo e intervenire, benché l’uomo fosse già stato denunciato cinque volte, avesse una storia di violenza familiare e fosse stato visto comportarsi in modo aggressivo in pubblico.


Il silenzio dopo l’omicidio

Montinari non costruisce soltanto un’inchiesta sulla vicenda. All’inizio raccoglie voci nei luoghi ordinari della vita sociale — i campi di bocce, i bar, le panchine — chiedendo a persone di età e genere diversi se la condizione delle donne fosse migliore in passato o lo sia oggi. Le testimonianze si sovrappongono e restituiscono una comunità attraversata da opinioni divergenti, ma anche da un’inquietudine difficile da nominare.

Il film si sposta poi dalla cronaca all’analisi culturale. Le immagini laterali di parcheggi, vie e spiagge deserte mostrano gli spazi dell’assenza; a interromperle arrivano la manifestazione in memoria di Julie e i segni lasciati dalla collettività. Anche la grande scritta comparsa lungo il guardrail della strada principale di Île-Rousse, dedicata alla memoria della donna, viene cancellata dopo poche settimane: il ricordo pubblico si rivela fragile e temporaneo.

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La memoria non basta

Il contrasto tra i momenti di partecipazione e il ritorno al vuoto è uno degli elementi più forti di Sainte Julie. La comunità celebra la vittima e condanna l’accaduto sul piano simbolico, ma quella reazione non ha impedito la violenza né ha modificato in tempo le condizioni che l’hanno preceduta.

Ne emerge un’opera controllata nella forma, ma attraversata da una profonda disperazione. Le amiche di Julie portano sui corpi anche il segno della resistenza, con tatuaggi che trasformano il dolore in memoria condivisa; tuttavia il documentario non offre una vera pacificazione. Restano il rimpianto, la pietà e la sensazione che il sacrificio delle donne continui a ripetersi.


Un film da riportare al centro

Sainte Julie suggerisce che la storia della santa e quella di Julie Douib non debbano essere lette come episodi lontani. La prima è diventata simbolo di una donna che rifiuta la sottomissione; la seconda mostra quanto quel conflitto sia ancora presente nella vita quotidiana, tra denunce ignorate, violenza conosciuta e responsabilità collettive mancate.

Per questo il documentario chiede uno spazio più ampio del circuito dei festival. La sua visione, secondo la prospettiva proposta dal film, dovrebbe raggiungere scuole e televisione in prima serata, anche al posto dei programmi dedicati alla cronaca nera: non per spettacolarizzare altri delitti, ma per interrogarsi sulle condizioni che continuano a renderli possibili.

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