Coloni violenti, il caso che mette in crisi la catena di comando israeliana
Dieci arresti dopo l’aggressione a una delegazione europea riaccendono il confronto sulle responsabilità di polizia, esercito e governo nella Cisgiordania occupata.
Il timore di finire travolti da conseguenze politiche può pesare sulle decisioni dei comandanti israeliani più della necessità di intervenire contro gli aggressori. Un funzionario della sicurezza ha spiegato ad Haaretz che fermare un militare sospettato di aver ucciso un palestinese potrebbe trasformarsi rapidamente in un nuovo caso Elor Azaria, l’ex soldato condannato nel 2016 e poi graziato.
La vicenda mostra quanto sia difficile perseguire le violenze commesse da coloni e militari in Cisgiordania. Secondo la stessa fonte, polizia ed esercito spesso si rimbalzano le indagini e cercano di evitare decisioni che possano provocare una reazione dei vertici politici o dei movimenti dei coloni.
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I comandanti sotto pressione politica
Il clima è stato alimentato anche dall’atteggiamento assunto dallo Stato maggiore dopo la nomina di Eyal Zamir, scelta da Benjamin Netanyahu. Nell’agosto 2025 Zamir e Avi Bluth, responsabile del comando centrale, hanno visitato l’avamposto illegale di Ma’oz Shaul: una presenza interpretata dai critici come un segnale di vicinanza nei confronti dell’ambiente favorevole all’espansione delle colonie.
Un altro episodio riguarda il 941° battaglione di riserva ultraortodosso. A marzo, alcuni suoi soldati hanno aggredito una troupe della Cnn; il reparto è stato poi ritirato dalle operazioni e sono state annunciate sanzioni disciplinari. Tuttavia, i comandanti non sono stati rimossi e l’inchiesta non ha prodotto esiti visibili. In seguito è emerso che il comandante della brigata aveva raggiunto i militari nella loro base, li aveva incoraggiati e aveva partecipato con loro a un momento di preghiera.
Dieci arresti dopo l’attacco
In questo contesto, l’operazione di polizia contro dieci coloni rappresenta un passaggio insolito. Gli arrestati sono ritenuti collegati all’aggressione subita sabato da una delegazione europea nei pressi di Taybeh, l’unico villaggio cristiano ancora esistente in Cisgiordania, sulle colline di Ramallah.
Tra i presenti c’era Bernard Baudoux, sindaco 70enne di Aulnoye-Aymeries, in Francia. Le immagini registrate dai palestinesi e dagli attivisti che accompagnavano il gruppo mostrano una decina di giovani con il volto coperto, armati di pietre e bastoni. I filmati hanno avuto ampia diffusione e hanno spinto diversi governi europei a condannare l’accaduto.
Le perquisizioni hanno interessato, secondo le organizzazioni dei coloni, un avamposto agricolo abusivo vicino a Ofra e un secondo sito nell’area di Shiloh, circa 15 km più a nord. Gli agenti avrebbero inoltre sequestrato diversi veicoli. La polizia ha riferito che gli elementi raccolti collegano i sospetti ai presunti atti di violenza.
La pressione diplomatica non arriva soltanto dall’Europa. Dopo l’aggressione alla fotoreporter del Washington Post Heidi Levine, il Segretario di Stato degli Stati Uniti Marco Rubio ha detto che l’amministrazione era “molto turbata” e che si aspettava una risposta israeliana. Anche l’amministrazione Trump ha più volte sollecitato Netanyahu a prendere le distanze dalle frange più radicali del movimento dei coloni.
Netanyahu promette una stretta limitata
La reazione del primo ministro è stata ambivalente. In una nota diffusa sabato, il suo ufficio ha chiesto di tenere conto anche delle violenze palestinesi nella stessa area. Il giorno successivo, durante una conferenza stampa con i giornalisti israeliani — la prima in presenza dal 7 ottobre 2023 — Netanyahu ha definito quella dei coloni “un’enorme esagerazione” e ha sostenuto che il vero danno derivasse dalla campagna internazionale costruita attorno a quei giovani.
Il premier ha comunque annunciato il coinvolgimento dello Shin Bet e promesso interventi “per sradicare completamente questo fenomeno”. La questione ha anche una dimensione elettorale: Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich cercano consenso tra i cosiddetti “giovani delle colline”, mentre le loro iniziative rischiano di danneggiare i partiti più tradizionali della destra israeliana.
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La condanna europea si inserisce inoltre nella crescente opposizione all’espansione degli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania. L’Italia, secondo il quadro riportato, non si è posta alla guida di questa iniziativa diplomatica; una posizione più dura è stata invece assunta dal governo di Londra guidato da Andy Burnham.
Chi deve intervenire in Cisgiordania
Il ministro della Difesa Israel Katz sostiene che la repressione dei coloni violenti debba essere affidata alla polizia, poiché si tratta di civili, e non alle Forze di difesa israeliane. “La gestione della grave violenza perpetrata da una manciata di rivoltosi ebrei in Cisgiordania deve essere interamente responsabilità della polizia israeliana, comprese la prevenzione, le indagini e il perseguimento penale. Le Forze di difesa israeliane non devono e non possono impegnarsi in attività di controllo civile, ma devono piuttosto combattere il terrorismo palestinese”, ha dichiarato Katz.
Il ministro ha riferito di aver preparato una direttiva per distribuire i compiti tra esercito e polizia. Il documento non prevede però il ritorno della detenzione amministrativa per i coloni: per Katz, quella misura non risolverebbe il problema e servirebbe invece un’attività investigativa e giudiziaria più incisiva.
Sul terreno, questa divisione delle competenze produce spesso una risposta debole. Molti episodi avvengono infatti nelle aree A e B, dove il controllo della sicurezza resta in larga parte collegato all’Idf. La polizia dipende inoltre dal ministero della Sicurezza nazionale guidato da Ben-Gvir, esponente dell’estrema destra.
Le organizzazioni contrarie all’occupazione, tra cui Peace Now, accusano il governo di ridurre deliberatamente gli strumenti disponibili per fermare gli aggressori. Anche i palestinesi e i gruppi che difendono il diritto internazionale rimproverano all’esercito di arrivare tardi o di non agire. Le spiegazioni fornite dai critici sono diverse: una scelta strategica, carenze operative oppure vincoli imposti dalla leadership politica.
Un contrasto sempre più difficile
Funzionari della difesa israeliana hanno riferito ad Haaretz che i comandanti esitano a sfidare i leader dei coloni o a procedere contro militari e civili accusati di aggressioni ai palestinesi. Il timore riguarda sia la carriera sia le possibili conseguenze politiche, soprattutto perché i rappresentanti dei coloni hanno accesso diretto al governo.
A complicare ulteriormente il quadro contribuisce la presenza, tra riservisti e membri delle forze armate, di persone vicine alle posizioni dell’estrema destra favorevole alle colonie. In alcuni casi, sostengono le fonti, queste simpatie si traducono nella mancata applicazione degli ordini o nell’assenza di interventi durante gli attacchi.
Il risultato è una catena di responsabilità frammentata, nella quale ogni autorità può rinviare all’altra la decisione più delicata: arrestare un militare, fermare un colono o portare avanti un’indagine fino alle conseguenze penali. I dieci fermi di Taybeh mostrano che un intervento è possibile, ma non sciolgono il dubbio centrale sulla volontà e sulla capacità del sistema israeliano di perseguire con continuità la violenza dei coloni.
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