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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Colombia, il museo finisce nella guerra al “wokismo”: cosa è sparito

Trenta opere legate a femminismo, diritti LGBTQ+ e memoria politica sono state tolte dal Museo nazionale di Bogotá, mentre un giudice impone lo stop a nuovi interventi.

La disputa culturale promessa da Abelardo de la Espriella ha raggiunto uno dei luoghi simbolici della Colombia: il Museo nazionale di Bogotá. Dalle sale sono stati tolti circa 30 pezzi dedicati alle lotte femministe, alla comunità LGBTQ+, ai movimenti studenteschi e al percorso che portò agli Accordi di pace. Dopo le proteste e un ricorso, la magistratura ha ordinato di conservare le opere e di bloccare nuove rimozioni prive di una motivazione amministrativa formale.

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Le opere finite al centro dello scontro

La decisione è stata presa il 14 ottobre, poche ore dopo la visita del presidente al Ministero delle Culture, delle Arti e dei Saperi. In quell’occasione de la Espriella aveva annunciato una “controrivoluzione culturale” contro quello che definisce “wokismo”, presentato dal capo dello Stato come una minaccia all’unità nazionale.

Tra i materiali scomparsi figurano almeno dieci testimonianze sulla storia dei femminismi. Tra queste c’erano una copia di Nuestras Mujeres, pubblicazione degli anni Cinquanta a sostegno dei diritti civili delle donne, e un manifesto dedicato alle prime campagne contro la violenza di genere. Non è più esposta nemmeno la bandiera dell’orgoglio appartenuta all’attivista Elizabeth Castillo, né il manifesto della campagna elettorale di Bernardo Jaramillo Ossa, candidato dell’Unión Patriótica ucciso nel 1990.


La memoria politica cambia volto

Nella sezione Memoria y Nación è stato rimosso anche il Balígrafo, la penna ottenuta da un proiettile e utilizzata per firmare gli Accordi di pace con le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia. Dallo stesso percorso sono scomparsi i riferimenti a Carlos Pizarro, già comandante dell’M-19 e assassinato durante la candidatura alla presidenza.

Manca inoltre una scheda della Séptima Papeleta, iniziativa civile che contribuì al processo culminato nella convocazione dell’Assemblea costituente e nella Costituzione del 1991. Proprio dopo quel passaggio istituzionale, curatori, storici e antropologi avevano ripensato il museo per dare spazio alle componenti afrodiscendenti, indigene e meticce e per raccontare anche le fasi più dure della storia del Paese.


Il giudice ferma altre rimozioni

La ministra della Cultura Paola Holguín ha difeso l’intervento sostenendo che i musei pubblici “non devono servire come strumenti di indottrinamento politico né devono diffondere versioni faziose della storia”. L’opposizione e numerosi operatori culturali hanno però contestato l’assenza di criteri chiari per selezionare gli oggetti da togliere.

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Le proteste sono arrivate anche dalla società civile di Bogotá, che ha parlato di censura. Secondo i critici, modificare senza spiegazioni l’allestimento rischia di impoverire una memoria nazionale già costruita per rappresentare conflitti, differenze e pluralità. È stato inoltre segnalato che lo spostamento di opere richiede specifiche procedure tecniche, che in questo caso non sarebbero state rispettate.

Il 19 ottobre il giudice César Osorio Ortiz, a Bogotá, ha accolto in via preliminare il ricorso presentato contro il Ministero delle Culture. Al museo è stato imposto di proteggere le opere e di non distruggerle, trasferirle all’esterno, riconsegnarle a terzi o modificarle. Il ministero dovrà anche evitare di togliere o alterare altri elementi delle esposizioni in base al loro contenuto, salvo un precedente atto amministrativo capace di motivare la scelta.


Dal nome del ministero al caso argentino

La vicenda si inserisce nel progetto più ampio del presidente colombiano, che vorrebbe cambiare la denominazione del Ministero delle Culture, delle Arti e dei Saperi in Ministero della cultura e del patrimonio. L’attuale formula era stata voluta dall’ex presidente Gustavo Petro per sottolineare il carattere multiculturale della società colombiana; per modificarla sarebbe necessario il voto del Parlamento.

Un precedente simile viene richiamato in Argentina. Javier Milei ha trasformato il nome del Centro Cultural Kirchner di Buenos Aires in Palacio Libertad, sostenendo la necessità di sottrarre gli spazi pubblici alle appartenenze politiche. La scelta è stata letta anche come parte della contrapposizione all’eredità del kirchnerismo, la corrente peronista associata agli ex presidenti Néstor e Cristina Kirchner.

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