Venezuela, il petrolio finisce agli Usa: Caracas rischia il conto più salato
Un contratto riservato assegna a una società legata a investitori statunitensi diritti centenari su 17 giacimenti, senza garanzie certe sulle entrate venezuelane.
«Gli Stati Uniti si prendono il nostro petrolio, ma i soldi restano alle élite»: la denuncia di Raúl Pápariti, portavoce del Sindacato dei lavoratori petrolieri dello Zulia, fotografa il malcontento di una regione ancora alle prese con trasporti insufficienti, salari bassi e infrastrutture estrattive degradate.
Nel frattempo, l’obiettivo di produzione fissato da Donald Trump appare sempre più lontano. Dopo un iniziale aumento fino a circa 1 milione di barili al giorno, l’estrazione è diminuita del 27%; oggi risultano operativi soltanto il 30% dei pozzi, mentre il traguardo indicato dalla Casa Bianca era di 1,5 milioni di barili quotidiani.
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Un contratto blindato per un secolo
Il quadro emerge da un documento di 18 pagine classificato dagli Stati Uniti come “sensibile” e visionato da ProPublica. L’intesa garantisce a North American Blue Energy Partners, società con sede alle Barbados, il controllo per cent’anni di 17 giacimenti situati tra il Lago di Maracaibo e la Fascia dell’Orinoco.
Nabep ottiene inoltre, per cinquant’anni, la possibilità di acquistare in via prioritaria il 20% delle riserve di greggio al prezzo di 30 dollari al barile. L’accordo prevede una partecipazione diretta statunitense del 35% e tutela anche il suo amministratore delegato Alejandro Betancourt, già sottoposto a indagini negli Usa per corruzione, oltre agli investitori secondari e ai contitolari, la cui identità resta nascosta.
La struttura societaria rende quindi difficile ricostruire l’origine e la destinazione dei capitali. La maggioranza dei soci dovrà essere americana e il Venezuela non disporrà di propri rappresentanti negli organi direttivi. Washington potrà anche porre il veto sulla nomina dei consiglieri.
Caracas senza entrate garantite
Nel testo non compare un vincolo effettivo capace di assicurare al Venezuela i 200 miliardi di dollari attesi tra imposte e royalties. Secondo l’economista Francisco Rodríguez, l’esito sarebbe una riduzione netta delle risorse fiscali disponibili per Caracas.
La clausola di riservatezza impedisce a Nabep di rendere pubblici gli aspetti commerciali dell’intesa. Le eventuali dispute dovrebbero inoltre essere affrontate davanti a un tribunale federale del Texas, sottraendo alle autorità venezuelane il controllo giudiziario sulle proprie risorse.
Washington si riserva anche l’opzione di comprare tutta la produzione della società qualora venisse proclamata un’emergenza nazionale. La previsione punta a rendere più difficile una futura revoca del contratto da parte di un altro governo venezuelano.
Dubbi sulla validità dell’intesa
A contestare l’accordo sono i senatori democratici Jeanne Shaheen, Jack Reed, Elizabeth Warren e Martin Heinrich. In una lettera all’amministrazione federale hanno chiesto chiarimenti sulle basi giuridiche dell’operazione, sul ruolo del Pentagono e sulla posizione di Betancourt, domandando anche una copia del documento che non hanno ricevuto.
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Oikos Research ritiene che il testo possa presentare irregolarità sia negli Stati Uniti sia in Venezuela. La durata della concessione, pari a cento anni, supererebbe infatti il limite di 25 anni stabilito dalla Legge organica sugli idrocarburi venezuelana. L’istituto mette in discussione anche la facoltà del Dipartimento della Guerra statunitense di acquisire quote in imprese private senza un’autorizzazione preventiva del Congresso.
L’intesa fu firmata dal segretario di Stato Marco Rubio, dal segretario alla Guerra Pete Hegseth e da Alejandro Betancourt. Donald Trump l’aveva presentata come il più imponente accordo petrolifero mai realizzato, sostenendo che avrebbe rafforzato le riserve strategiche americane e contribuito a ridurre il prezzo della benzina in vista delle elezioni di metà mandato.
Il Lago di Maracaibo paga il prezzo
Sul terreno, però, le difficoltà riguardano anche l’ambiente e i servizi essenziali. Nel Lago di Maracaibo, dove si trovano circa dieci campi compresi nell’accordo, fonti locali e organizzazioni non governative segnalano un aumento di incidenti e sversamenti di greggio.
Eligio Quintero, pescatore di 32 anni del municipio di Cabimas e lavoratore ingaggiato da Nabep, racconta che una squadra di circa trenta persone è costretta a rimuovere il petrolio senza strumenti adeguati. L’associazione Azul Ambientalista afferma che l’emergenza interessa almeno sei municipi dello stato Zulia, compresi Lagunillas e Baralt.
Secondo Yohan Flores, direttore dell’organizzazione, manca un programma concreto per affrontare le perdite ricorrenti e il deterioramento del lago coinvolge l’intero ecosistema. Alla crisi ambientale si sommano interruzioni elettriche superiori alle dieci ore al giorno.
Un ingegnere della Corporación Eléctrica Nacional, rimasto anonimo, sostiene che molte compagnie continuino a dipendere dalla rete nazionale invece di produrre autonomamente l’energia necessaria. In questo modo, secondo la sua ricostruzione, verrebbero sottratti alla popolazione oltre mille megawatt da un sistema già segnato dalla scarsa manutenzione.
La promessa di una rinascita venezuelana era stata formulata anche da Delcy Rodríguez, presidente in carica del Venezuela, che aveva definito l’operazione un’intesa storica capace di restituire speranza al Paese. Il contenuto del contratto, tuttavia, non stabilisce garanzie vincolanti sulle entrate pubbliche e assegna agli investitori statunitensi una posizione dominante sulle risorse petrolifere.
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