Sinistra spagnola, il conto della divisione: quanti seggi può perdere
Frente Amplio e Podemos correranno separati in gran parte del Paese, mentre i sondaggi delineano un possibile successo di PP e Vox alle elezioni del 29 novembre.
Le proiezioni più recenti ridimensionano fortemente il peso delle forze alla sinistra del Psoe: Frente Amplio e Podemos, sommati, potrebbero fermarsi molto lontano dai 31 seggi conquistati da Sumar nel 2023. La rottura tra i due schieramenti rischia così di trasformare una quota elettorale non trascurabile in una rappresentanza parlamentare molto più contenuta.
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I numeri premiano la destra
Il Congresso dei deputati conta 350 posti e per governare senza appoggi esterni servono 176 seggi. La media degli otto principali istituti privati, elaborata sui dati di ottobre, assegna il 31,9% al Pp, il 26,5% al Psoe e il 18,7% a Vox: insieme, le due forze di destra arriverebbero in media a 201 deputati e supererebbero la soglia della maggioranza in ogni rilevazione considerata.
L’unica eccezione indicata nel testo è il Cis, l’istituto pubblico, che all’inizio di ottobre stimava il Psoe al 34%, il Pp al 22,2% e Vox al 17,1%. Per il fronte progressista diviso, però, le previsioni sono meno favorevoli: il Cis attribuisce il 6,1% al Frente Amplio e il 3,1% a Podemos, mentre Sigma Dos, in una rilevazione pubblicata da El Mundo, assegna al Frente Amplio il 7,2%, pari a 9-10 seggi.
La legge elettorale aggrava il divario
Il problema non riguarda soltanto la percentuale nazionale. Le elezioni spagnole si svolgono in 52 circoscrizioni provinciali e applicano il metodo d’Hondt, un sistema proporzionale che tende a favorire le liste più forti nei collegi con pochi seggi.
Secondo le stime riportate, Frente Amplio, Podemos e l’alleanza valenciana arriverebbero complessivamente a circa 13 deputati, contro i 31 ottenuti da Sumar nel 2023. Nel 2023 il seggio meno costoso per Sumar richiese il 9,6% dei voti, registrato a Murcia. Nei collegi più piccoli, come quelli di Girona, Lleida e Tarragona, la frammentazione può quindi lasciare senza rappresentanza una parte significativa dei consensi progressisti.
L’accordo mancato cambia gli equilibri
La distanza tra le due formazioni si è consumata dopo la nascita del Frente Amplio, il progetto pensato per riunire le forze progressiste collocate alla sinistra dei socialisti. La coalizione comprende Sumar, piattaforma dell’ex vicepremier Yolanda Díaz, Izquierda Unida, Más Madrid e i Comuns di Ada Colau, che è anche la candidata principale a Barcellona.
Podemos ha invece scelto di presentarsi autonomamente, con Ione Belarra alla guida del partito e Irene Montero come candidata. In Catalogna la formazione viola non presenterà una propria lista e sosterrà Esquerra Republicana de Catalunya, che accoglierà alcuni suoi esponenti come indipendenti. Gabriel Rufián sarà il capolista di Erc nella regione e farà campagna insieme a Montero: il primo appuntamento è previsto sabato 24 a Nou Barris, a Barcellona, con lo slogan “Casa, vita, futuro”.
Perché Colau ha bloccato l’intesa
A far saltare il possibile accordo avrebbe contribuito il rapporto tuttora difficile tra Erc e Ada Colau. Nel 2019 Esquerra aveva vinto le comunali di Barcellona con Ernest Maragall, ma Colau era rimasta sindaca grazie anche ai voti della destra di Manuel Valls, allora candidato nella città catalana, con l’obiettivo di impedire agli indipendentisti di amministrare il municipio.
Rufián, che ha definito la vicenda una “telenovela nefasta” e riconosciuto il proprio fallimento, ha quindi scelto di correre con Erc. La proposta avanzata all’ultimo momento dal Frente Amplio prevedeva un capolista di Podemos a Madrid e uno in Catalogna, oltre alla portavoce del partito al Congresso e a una distribuzione paritaria delle risorse. Podemos l’ha considerata una “trappola”, anche perché un seggio catalano per i viola avrebbe reso necessario interrompere l’intesa con Erc.
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García guarda già a Madrid
La frattura si è resa evidente proprio nel momento in cui il Frente Amplio cercava di mostrare compattezza. Durante il lancio della campagna sulle rive del Manzanares, i dirigenti della coalizione erano riuniti sotto uno striscione rosso e giallo; il giorno precedente, però, era scaduto il termine per registrare le alleanze e il negoziato con Podemos era ormai fallito.
Tre giorni dopo la presentazione del progetto, Mónica García ha annunciato che non sarà candidata alle elezioni del 29 novembre. La ministra della Salute, medico anestesista e leader di Más Madrid, lascerà il secondo posto nella lista di Madrid alla deputata Tesh Sidi e concentrerà le proprie energie sulle regionali di maggio 2027, quando punta a contendere la presidenza della Comunità di Madrid a Isabel Díaz Ayuso, esponente del Pp.
Una sfida già proiettata al 2027
García ha motivato la rinuncia parlando di una “profonda riflessione” e della necessità di mettere “il bene comune” davanti alle ambizioni personali. Emilio Delgado, capolista a Madrid e vicecapogruppo di Más Madrid nell’Assemblea regionale, ha assicurato che la ministra sarà sostenuta nella scelta di impegnarsi dove ritiene di poter essere più utile.
Le ragioni effettive non sono state chiarite. Una delle interpretazioni è che García voglia proteggere il proprio peso politico in vista della sfida ad Ayuso, evitando di legare il suo nome a un risultato nazionale che i sondaggi prospettano negativo anche nella capitale. Un’altra lettura, sostenuta soprattutto dai mezzi di informazione di destra, ipotizza invece che la ministra sia stata superata da Colau nella gerarchia della coalizione.
La scelta di Podemos sembra comunque guardare oltre il voto di novembre. Con le rilevazioni che indicano un possibile governo formato da Pp e Vox, il partito potrebbe puntare a distinguersi dall’esecutivo uscente e a prepararsi per l’opposizione. La conseguenza immediata, però, è una maggiore dispersione dei voti a sinistra.
L’unità è stata raggiunta soltanto in alcune realtà dove era presente un interlocutore territoriale forte. Nel País Valencià, Compromís, Podemos, Izquierda Unida ed Esquerra Republicana hanno creato la lista unica “Compromís-Front Valencià”. Alle Canarie è nata Unidad del Pueblo Canario con Podemos, mentre in Aragona è stata formata la lista CHA-Frente Amplio senza la partecipazione dei viola.
Dal palco del Manzanares, Colau ha chiuso il confronto affermando: “Se qualcuno non vuole sedersi a un tavolo, non si può obbligarlo”. Ha inoltre ringraziato le 15 organizzazioni della coalizione e detto di aver fatto tutto il possibile. Delgado ha invece invitato a smettere di alimentare i drammi e a non trasformare la campagna in un conteggio delle ferite.
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