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Attualità 5 min di lettura29 min fa

Cinema e fondi pubblici: chi controlla davvero i numeri

Tra festival, rapporti di settore e finanziamenti statali, restano aperti interrogativi su trasparenza, valutazione delle politiche culturali e influenza delle associazioni di categoria.

Il Dpcm n. 271 del 22 dicembre 2010 stabilisce tempi precisi per i rapporti tra amministrazioni pubbliche e organizzatori di festival: dopo la consegna dei consuntivi, i contributi del Ministero della Cultura dovrebbero essere liquidati entro 90 giorni. Secondo l’analisi proposta, questa scadenza viene però disattesa con frequenza, mentre gli operatori continuano a segnalare ritardi e difficoltà amministrative.

Il quadro descritto è quello di un settore nel quale le regole formali convivono con prassi molto meno rigorose. Da qui la sintesi polemica dell’autore: norme rispettate solo in parte, responsabilità poco chiare e politiche culturali condizionate da rapporti di forza difficili da osservare dall’esterno.

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Le sovrapposizioni al vertice

Tra i nodi indicati c’è anche la concentrazione di incarichi nelle principali organizzazioni del comparto. Salvo Nastasi presiede la Fondazione Cinema per Roma e, contemporaneamente, la Società Italiana degli Autori ed Editori – Siae. Chiara Sbarigia, alla guida dell’Associazione dei Produttori Audiovisivi, dirige il Mercato Internazionale Audiovisivo dopo avere presieduto Cinecittà; Alessandro Usai è invece presidente dell’Anica, associazione che riunisce produttori cinematografici e altri operatori di peso.

Questa rete di ruoli, osserva il testo, rende più complesso distinguere tra rappresentanza degli interessi, gestione degli eventi e produzione di analisi sul mercato. Il tema non riguarda soltanto gli equilibri interni, ma anche il modo in cui vengono presentati dati, risultati e richieste di sostegno economico allo Stato.

Nel mirino finiscono soprattutto Apa e Anica, accusate di proporre una lettura del comparto orientata a sostenere l’aumento delle risorse pubbliche. L’analisi critica anche il silenzio sulle acquisizioni, avvenute nell’ultimo decennio, di importanti società italiane da parte di gruppi internazionali come Fremantle e Banijay.


Trasparenza ancora incompleta

Il Mia, secondo quanto riportato, riceve finanziamenti da più livelli istituzionali: Ministero della Cultura, Ministero degli Affari Esteri e Commissione Europea. Nonostante l’entità delle risorse, sul sito della manifestazione non sarebbe disponibile un bilancio completo.

La legge n. 124/2017 impone ad associazioni e fondazioni di rendere pubblici online i contributi ricevuti, quando il totale annuale raggiunge almeno 10.000 euro. La disciplina prevede una sanzione pari all’1% delle somme incassate e, in caso di mancata regolarizzazione, anche la restituzione dell’intero beneficio. Il testo solleva quindi una domanda sul ruolo delle amministrazioni finanziatrici, che non avrebbero richiamato il Mia al rispetto di tali obblighi.

Dubbi analoghi vengono rivolti all’ottava edizione del “Rapporto sulla Produzione Audiovisiva Nazionale di Apa”. Il documento accosta elaborazioni provenienti da soggetti diversi, tra cui Certa Università Cattolica, eMedia, Symbola e OpenEconomics, senza illustrare in modo sufficiente criteri, fonti e procedure di verifica.

Per questa ragione, l’autore considera poco solidi i risultati del rapporto e contesta ai mezzi d’informazione che li riprendono di non interrogarsi sulla qualità metodologica delle stime. La stessa obiezione viene estesa a Il Sole 24 Ore, ricordando il legame associativo di Apa e Anica con Confindustria.


Il credito d’imposta sotto esame

Un altro punto riguarda il credito d’imposta per il cinema e l’audiovisivo, strumento utilizzato per anni e giudicato dall’autore privo di una valutazione pubblica davvero indipendente. Le associazioni di categoria, sostiene il testo, avrebbero avuto interesse a metterne in luce soprattutto gli effetti positivi, senza analizzare con pari attenzione limiti, costi e risultati effettivi.

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Il problema, nella prospettiva proposta, non può essere affidato alle sole organizzazioni che rappresentano i beneficiari delle misure. Dovrebbe spettare allo Stato costruire strumenti tecnici capaci di misurare l’impatto degli interventi culturali e di verificare se le risorse producano davvero gli effetti attesi.

La valutazione prevista dalla Legge Franceschini del 2016 viene descritta come un documento poco leggibile e scarsamente orientato all’analisi critica. In questa forma, sostiene l’autore, non sarebbe utile né al Ministero della Cultura né al Parlamento per comprendere lo stato reale del settore.

Anche la riforma in discussione, destinata ad arrivare al Senato per l’approvazione definitiva il 3 novembre prossimo, viene presentata come il risultato di un percorso segnato da conoscenze incomplete e trattative tra gruppi organizzati. L’accusa è quella di decisioni costruite più su pressioni e mediazioni che su un esame sistematico dei dati disponibili.


Festival e mercato senza autocritica

La Festa del Cinema di Roma e il Mercato Internazionale Audiovisivo si sono svolti per alcuni giorni nello stesso periodo, offrendo occasioni di incontro per professionisti, imprese e istituzioni. Non sono dunque soltanto appuntamenti legati a celebrità, fotografi e influencer, anche se l’attenzione dei media si concentra spesso sull’immagine più che sui numeri.

Secondo il testo, proprio quando si passa dagli eventi alle analisi economiche emerge una narrazione troppo uniforme. Le manifestazioni, finanziate anche con denaro pubblico, tenderebbero a privilegiare la celebrazione del sistema rispetto all’esame delle sue fragilità, evitando di mettere in discussione interessi consolidati.

In questo contesto viene citato anche Giorgio Carlo Brugnoni, Direttore Generale del Cinema e dell’Audiovisivo e, nello stesso tempo, Vice Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura. L’autore considera questa doppia funzione una sovrapposizione impropria tra gestione amministrativa e indirizzo politico.

Brugnoni, inoltre, rivendicherebbe l’efficientamento della struttura affidata alla sua direzione, mentre numerosi operatori lamentano tempi di risposta molto lunghi, persino peggiori di quelli registrati durante la gestione dell’ex Dg Nicola Borrelli. La distanza tra la rappresentazione ufficiale e le esperienze degli addetti ai lavori è indicata come uno dei segnali della crisi del comparto.

Il quadro complessivo restituisce così un sistema nel quale finanziamenti, incarichi, studi e decisioni pubbliche si intrecciano senza un livello di trasparenza ritenuto adeguato. E, nelle occasioni pubbliche dedicate al cinema e all’audiovisivo, mancherebbe una contestazione aperta delle difficoltà strutturali che il settore continua ad attraversare.

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