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Attualità 3 min di lettura47 min fa

Christa Pike, il corpo ha resistito: ora è in coma e intubata

La detenuta del Tennessee è sopravvissuta alla somministrazione di due dosi di pentobarbital ed è ricoverata in condizioni critiche a Nashville.

Negli anni trascorsi nel braccio della morte, Christa Pike ha sostenuto di non essere più la persona responsabile del delitto commesso nel 1995 e di provare rimorso. Durante la detenzione le è stato diagnosticato un disturbo bipolare. La 50enne era l’unica donna condannata a morte in Tennessee e la sua esecuzione avrebbe rappresentato la prima di una donna nello Stato dopo oltre 200 anni.


Il delitto che portò alla condanna

Pike fu ritenuta responsabile dell’uccisione di Colleen Slemmer, studentessa di 19 anni, aggredita il 12 gennaio 1995 a Knoxville. All’epoca Pike aveva 18 anni e, insieme al fidanzato di 17 anni e a un’altra ragazza, attirò la giovane in una zona boschiva.

Slemmer venne colpita con pugni e coltellate, poi ferita mortalmente con un frammento di asfalto. Sul cadavere comparve anche un pentagramma: il particolare fece ipotizzare inizialmente un rituale satanico, ma il fidanzato di Pike disse di aver tracciato lui il simbolo e negò qualsiasi collegamento con Satana. La condanna della ragazza fu la pena capitale; il giovane ricevette l’ergastolo con possibilità di libertà condizionale, mentre la terza coinvolta, dopo aver deposto contro gli altri imputati, lasciò il carcere alcuni anni più tardi.


Il farmaco non produce l’effetto previsto

Il tentativo di esecuzione, nel carcere Riverbend Maximum Security Institution di Nashville, si è protratto dalle 19 alle 20.56, ora locale. Dopo la somministrazione della prima dose di pentobarbital, Pike avrebbe continuato a muoversi e a respirare in modo percepibile; secondo i presenti, avrebbe anche parlato e cantato con la propria guida spirituale.

La donna è sopravvissuta a due dosi del farmaco ed è stata trasferita in ospedale. I suoi avvocati hanno riferito che ora non è cosciente, è intubata e dipende da un respiratore artificiale. «Attaccata a un respiratore», hanno sintetizzato i legali, descrivendo condizioni definite critiche.


Le ferite e la battaglia giudiziaria

Un documento depositato dalla difesa descrive le condizioni degli arti al momento dell’ingresso in ospedale: entrambe le braccia sarebbero apparse gonfie, ustionate e coperte di vesciche. Dopo il fallimento della procedura, gli avvocati hanno chiesto con urgenza di interrompere l’esecuzione.

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La vicenda giudiziaria aveva già vissuto un ribaltamento poche ore prima. Pike avrebbe dovuto ricevere l’iniezione circa dieci ore prima dell’intervento della Corte Suprema, quando una corte d’appello federale aveva bloccato temporaneamente la condanna con il voto favorevole di due giudici su tre. I familiari di Colleen Slemmer si trovavano già nel penitenziario di Nashville.


Il nodo sulle attenuanti

La sospensione era stata motivata dai dubbi sulla ricostruzione della storia personale di Pike durante il processo del 1995. La donna aveva raccontato di aver subito abusi e violenze sessuali fin dall’infanzia, ma la difesa dell’epoca non avrebbe raccolto materiale sufficiente per presentare quelle esperienze come elementi attenuanti.

In seguito la Corte Suprema ha autorizzato l’esecuzione, facendo cadere lo stop deciso dalla corte d’appello. Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson hanno votato contro, definendo la decisione «sconcertante» perché avrebbe permesso di procedere mentre restavano ancora ricorsi da esaminare.


Il Tennessee congela le esecuzioni

Il tentativo di mettere a morte Pike ha spinto il governatore repubblicano Bill Lee a sospendere tutte le esecuzioni in Tennessee almeno fino alla fine dell’anno. La misura arriva dopo una procedura durata quasi due ore e conclusa con il ricovero della detenuta.

Pike si trovava nel braccio della morte dal marzo del 1996. La sua esecuzione sarebbe stata la prima ai danni di una donna nello Stato in più di due secoli, ma la somministrazione del pentobarbital non ha prodotto l’esito previsto e ha lasciato aperti interrogativi sia sulle condizioni della detenuta sia sulla procedura utilizzata.

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