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Attualità 4 min di lettura19 ott

Centro, sinistra e destra: il bivio che può riscrivere le alleanze

Liberali e riformisti devono scegliere se costruire un polo autonomo o cercare un’intesa con il centrodestra, mentre il Campo Largo resta diviso su Europa, Ucraina e difesa.

La scelta di Luigi Marattin apre uno dei nodi destinati a pesare sulla prossima partita politica: il suo Pld, piccolo e attraversato da divisioni, guarda a un’intesa con un centrodestra guidato da Giorgia Meloni e privo di Roberto Vannacci. Il presidente Andrea Marcucci, però, ha già preso le distanze dal segretario.

Anche l’area liberale e riformista si trova davanti a un passaggio decisivo. Carlo Calenda, con Azione, dovrà provare a raccogliere il consenso degli elettori moderati e liberali; Pina Picierno, attraverso Spazio Pubblico, punta invece a intercettare energie provenienti dal liberalismo progressista, dal mondo radicale e liberal-socialista e da quel riformismo che è ancora nel Pd o se ne è ormai allontanato.

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Il bivio per il polo centrista

La costruzione di una lista autonoma resta l’alternativa perseguita finora dai gruppi contrari al bipopulismo. L’obiettivo sarebbe raggiungere una consistenza elettorale sufficiente a impedire sia alla coalizione progressista sia a quella avversaria di ottenere il premio di maggioranza.

In quel caso, il sistema tornerebbe a funzionare secondo una logica proporzionale, come accaduto tra il 1948 e il 1992. I governi nascerebbero quindi dalle trattative parlamentari e le forze centriste avrebbero un peso maggiore nella definizione dell’indirizzo politico e della squadra di governo. Il problema, naturalmente, è capire se questa area riuscirà davvero a conquistare la forza necessaria.


Un centrosinistra senza sintesi

La difficoltà emerge anche dal confronto parlamentare sulle comunicazioni del governo in preparazione del Consiglio Europeo. Le forze di sinistra hanno scelto di presentare ciascuna una propria risoluzione, rinunciando a sostenere i testi degli altri gruppi. L’approvazione del documento della maggioranza, arrivata per primo, ha fatto decadere gli altri atti, ma non ha cancellato il significato politico di quella divisione.

Il punto comune sembra ridursi alla definizione negativa della proposta: «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». Liberali, radicali, riformisti e democratici si trovano così a misurarsi con un possibile schieramento progressista dalle tinte confuse, nel quale le differenze tra Partito democratico e Movimento 5 stelle restano irrisolte.


Ucraina, la frattura decisiva

La collocazione internazionale dell’Italia sarà uno dei temi centrali della prossima campagna elettorale. Il Pd sostiene la resistenza ucraina e l’invio di armi a Kyjiv, mentre il Movimento 5 stelle insiste su un pacifismo che esclude il sostegno militare, senza però mettere in discussione la necessità di fermare la Russia.

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La risoluzione depositata al Senato con prima firma di Luca Pirondini contiene, secondo questa lettura, una contraddizione di fondo. Da una parte chiede un’Europa capace di confrontarsi con Donald Trump e difende l’integrazione continentale dagli impulsi nazionalisti; dall’altra considera il sostegno militare all’Ucraina un ostacolo alla pace.

Il Movimento propone inoltre un negoziatore europeo e una conferenza internazionale, ma non chiarisce come ottenere da Vladimir Putin un accordo compatibile con l’indipendenza ucraina, soprattutto se il presidente russo continuerà a puntare sul controllo dell’intero Donbas. La distanza dal resto della sinistra europea riguarda anche la difesa: i Cinquestelle invocano una «vera difesa comune europea», ma la immaginano fuori dalla Nato e senza un rafforzamento degli armamenti, criticando quella che definiscono la deriva militarista dell’Unione.


Le altre contraddizioni del progetto

Su questo terreno il M5S appare lontano dalle posizioni di Socialisti, Verdi e liberali europei, oltre che da quelle del Pd, del Psoe e della Spd. Questi partiti possono divergere sulle modalità dell’intervento, ma non separano l’aiuto militare dalla ricerca di un negoziato. Le posizioni più vicine a quelle grilline si trovano invece in alcuni ambienti sovranisti, nei Patrioti, in Viktor Orbán e in AfD: non necessariamente per una collaborazione diretta, ma per una convergenza concreta su alcuni esiti politici.

Una dinamica analoga si osserva sul conflitto tra Israele e Palestina. La risoluzione del Movimento chiede il riconoscimento immediato dello Stato palestinese, come il Pd, ma aggiunge l’obiettivo di uno Stato democratico e sovrano. Il testo propone inoltre di limitare l’ingresso nell’Unione Europea a chi abbia prestato servizio nelle forze armate israeliane dall’inizio della guerra, misura che finirebbe per coinvolgere anche persone contrarie a Benjamin Netanyahu e che appare difficile da conciliare con il richiamo al diritto internazionale.

La divergenza tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein rende ancora più fragile qualsiasi progetto comune. Conte, saldamente alla guida del Movimento, può permettersi una rottura con il Pd senza temere conseguenze interne e ritiene di poter uscire rafforzato anche da una sconfitta elettorale. Schlein, al contrario, avrebbe molto più da perdere: per questo Conte può presentarsi come figura capace di favorire una mediazione, dopo che la segretaria democratica ha respinto l’ipotesi di un candidato terzo e ha confermato l’intenzione di correre in prima persona.

Il contrasto, tuttavia, non è soltanto personale. Se la decisione sulla linea internazionale venisse affidata alle primarie del Campo Largo, una vittoria elettorale potrebbe produrre un esecutivo esposto a spinte antieuropee e a una permanente ambiguità sui dossier strategici. Il rafforzamento delle componenti più radicali, a destra come a sinistra, sarebbe una delle conseguenze possibili di questo equilibrio instabile.

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