Auto, l’Europa rallenta: Pechino dimezza i tempi e cresce la paura per il lavoro
Dalle fabbriche agli pneumatici, il settore chiede una risposta rapida su costi, regole, motorizzazioni e competitività industriale
Tre anni di pausa normativa per consentire alle imprese di recuperare terreno: è la proposta avanzata da Roberto Vavassori, presidente di ANFIA, davanti alla crescente pressione sui produttori europei. Roberto Pietrantonio, alla guida di UNRAE, ha indicato invece cinque priorità, tra cui la revisione degli obiettivi europei sulla CO2, incentivi per famiglie e aziende e una diversa fiscalità per le flotte aziendali.
Il punto condiviso dagli interventi è la necessità di conciliare la riduzione delle emissioni con la permanenza di una solida base produttiva in Europa. Senza un cambio di passo, il rischio riguarda non soltanto le vendite, ma anche la capacità di progettare, costruire e mantenere competenze nel continente.
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Fabbriche e occupazione sotto pressione
Le difficoltà stanno già coinvolgendo gli stabilimenti e la rete dei fornitori. I rappresentanti di UILM e FIM-CISL hanno richiamato in particolare la situazione tedesca, dove i piani di ridimensionamento annunciati da gruppi come Volkswagen e Bosch potrebbero ripercuotersi anche sulle aziende italiane collegate alla filiera.
La riduzione della produzione avrebbe effetti che vanno oltre il numero degli esuberi. La chiusura di impianti e il ridimensionamento delle attività rischiano infatti di disperdere professionalità e conoscenze industriali che, una volta perdute, sarebbero difficili da ricostruire.
A Milano il confronto sul futuro
Il quadro è emerso durante il Tavolo straordinario di #FORUMAutoMotive, ospitato nella sede dell’Automobile Club a Milano. L’incontro, curato dal giornalista Pierluigi Bonora, ha messo allo stesso tavolo istituzioni, case automobilistiche, associazioni di settore e organizzazioni sindacali.
Le posizioni sulle ricette da adottare sono rimaste diverse, ma dal confronto è arrivata una richiesta comune: l’Unione europea deve intervenire in tempi rapidi per sostenere un comparto alle prese con costi elevati, concorrenza internazionale e trasformazioni tecnologiche profonde.
Pechino accelera e riduce i costi
I dati illustrati da Emanuele Cordone, rappresentante di AlixPartners, fotografano la distanza che si è creata tra Europa e Cina. Nel 2026 il comparto automobilistico presenta un indice di trasformazione pari a 74 e il 60% degli operatori coinvolti nell’indagine considera i concorrenti cinesi ormai più avanti.
Anche i tempi di sviluppo segnano una differenza netta: per portare sul mercato un nuovo modello servono in media 20 mesi in Cina, mentre in Europa ne occorrono 40. Il vantaggio cinese si accompagna a costi inferiori del 35%; secondo le stime presentate, entro il 2030 una vettura su tre venduta nel mondo sarà cinese.
Energia e produzione fanno la differenza
Marco Bonometti, presidente e amministratore delegato di OMR Automotive, ha posto l’accento sul costo dell’energia e sull’utilizzo degli impianti. In Cina l’energia avrebbe un prezzo vicino alla metà di quello europeo, mentre le fabbriche possono arrivare a lavorare per 320 giorni all’anno.
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Da qui la richiesta di legare l’accesso al mercato europeo a una quota consistente di produzione realizzata localmente. Per Bonometti, tuttavia, il rafforzamento industriale passa anche da una riduzione del costo dell’energia, oggi indicato tra i principali svantaggi competitivi delle imprese europee.
Auto accessibili e libertà di scelta
Alberto Gusmeroli, presidente della Commissione Attività Produttive della Camera, ha ricordato un pacchetto composto da 15 misure a sostegno dell’automotive e ha sollecitato il ritorno a veicoli più semplici e acquistabili. Le associazioni dei concessionari hanno segnalato infatti una distanza sempre maggiore tra i listini dei costruttori e le disponibilità economiche degli automobilisti.
Pietro Meda, presidente di Automobile Club Milano, ha richiamato il principio della libertà di scelta tra le diverse alimentazioni. Sullo stesso terreno si è sviluppato il confronto sulla neutralità tecnologica: Fabio Pressi, presidente di Motus-E, ha difeso l’elettrificazione come strumento per diminuire la dipendenza dai combustibili fossili, ricordando che in Italia le auto elettriche valgono circa l’8% del mercato, contro oltre il 20% europeo.
Pneumatici, chiusure e nuovi rischi
Italo Folonari, presidente di ANIASA, ha invitato a non trasformare il dibattito sulle motorizzazioni in uno scontro ideologico. La sua posizione lascia spazio all’elettrico, ma anche a ibrido, GPL e biocarburanti, senza imporre un’unica tecnologia.
Nel corso dell’appuntamento è stato presentato Giovanni Panico, nuovo direttore di Assogomma, realtà che rappresenta circa 200 imprese e 30.000 addetti. Il settore europeo degli pneumatici ha perso oltre il 12% della quota di mercato e, negli ultimi 18 mesi, nove stabilimenti hanno cessato l’attività, con più di 4.000 posti di lavoro andati perduti. L’Italia non è stata finora coinvolta direttamente dalle chiusure.
Dazi insufficienti senza una strategia
A pesare sul comparto degli pneumatici sono soprattutto energia, materie prime e pressione dei produttori asiatici. I dazi introdotti a luglio sugli pneumatici cinesi non sembrano aver eliminato il problema: una parte degli arrivi si starebbe spostando verso Thailandia, Cambogia e Vietnam.
Assogomma chiede quindi controlli più efficaci alle frontiere, decisioni europee più tempestive e una politica industriale capace di difendere la produzione prima che gli impianti vengano fermati. Il confronto milanese ha così riportato al centro la stessa domanda: come ridurre le emissioni senza indebolire la capacità manifatturiera europea.
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