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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Caso Siher, il precedente del processo del 7 aprile

La decisione della gip milanese riapre il confronto sui limiti dell’accusa e sull’autonomia della magistratura

La gip di Milano non ha convalidato il fermo di Youssef Siher, riportando al centro il rapporto tra accuse, garanzie processuali e pressione politica.

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Il giudizio di Giorgio Bocca

Il caso richiama una vicenda giudiziaria del passato, quando il garantismo fu difeso anche da chi non condivideva le idee degli imputati. Giorgio Bocca, che nel 1980 aveva pubblicato un libro sul processo 7 aprile, criticò a lungo l’uso dei pentiti, le richieste dell’accusa e il metodo seguito nell’inchiesta.

Dopo la sentenza d’appello del 9 giugno 1987, il giornalista riconobbe che la decisione aveva cancellato le ingiustizie più evidenti, pur mantenendo un giudizio severo sugli esponenti dell’Autonomia. A suo avviso, quel verdetto era conforme allo Stato di diritto perché aveva chiuso una costruzione accusatoria fondata su collegamenti generali, indizi e una lettura politica degli anni di piombo.


Il precedente del 7 aprile

Il 7 aprile 1979, a un anno dal sequestro e dall’uccisione di Aldo Moro, il sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero ordinò una serie di arresti contro dirigenti e intellettuali dell’Autonomia operaia. Tra gli arrestati figuravano Toni Negri, Oreste Scalzone, Emilio Vesce, Luciano Ferrari Bravo, il giornalista Giuseppe Nicotri e diversi docenti e assistenti di Scienze politiche. Franco Piperno e Lanfranco Pace riuscirono invece a evitare la cattura.

L’inchiesta sosteneva che Potere operaio e Autonomia fossero la componente pubblica di una sola organizzazione eversiva, collegata alle Brigate Rosse. Ai cosiddetti cattivi maestri veniva attribuito il ruolo di guida ideologica, mentre le imputazioni comprendevano associazione sovversiva, banda armata e insurrezione armata contro i poteri dello Stato, oltre a responsabilità per singoli episodi di sangue.

La ricostruzione accusatoria iniziò a perdere consistenza già nelle prime fasi. A Negri fu attribuita persino la telefonata con cui le Brigate Rosse avrebbero comunicato alla famiglia Moro l’imminente uccisione del presidente della Democrazia cristiana, ma gli accertamenti stabilirono che la voce non era la sua. Nel frattempo, alcuni giornali lo avevano già presentato come uno degli assassini di Moro.


Le sentenze e la detenzione

Gli imputati rimasero in carcere per anni, anche grazie alle norme d’emergenza approvate dopo gli arresti. Amnesty International riferì nel 1983 che dodici persone avevano passato quasi cinque anni in prigione senza essere ancora arrivate a una sentenza. Il giudice istruttore di Padova Giovanni Palombarini ridusse progressivamente la portata delle contestazioni e separò l’Autonomia dalle Brigate Rosse, aprendo un duro confronto con Calogero.

Il procedimento fu suddiviso in due parti. A Roma, nel 1984, il pubblico ministero chiese l’ergastolo per Negri, ma abbandonò l’accusa di insurrezione armata. In primo grado Negri venne condannato a 30 anni, Scalzone a 20, Vesce e Ferrari Bravo a 14. L’8 giugno 1987 la Corte d’assise d’appello ridimensionò nettamente le pene: Negri ricevette 12 anni, mentre Vesce, Ferrari Bravo, Alberto Magnaghi, Paolo Virno e altri furono assolti. Nicotri venne prosciolto con formula piena. La Cassazione confermò il verdetto nel 1988.

A Padova il ridimensionamento fu ancora più marcato. Il 30 gennaio 1986 la Corte d’assise pronunciò 47 assoluzioni nei confronti di Negri e di altri professori, infliggendo complessivamente circa 200 anni di pena rispetto ai 525 richiesti da Calogero. Le condanne riguardarono invece gli autori delle aggressioni e delle violenze compiute in città, compresa la gambizzazione di un giornalista.

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Le accuse nel caso Siher

Nel procedimento riguardante Siher, la giudice ha ritenuto che i post e i comunicati dell’indagato, pur avendo toni aspri, non fossero concretamente capaci di provocare delitti. Anche il pericolo di fuga è stato giudicato fondato su elementi privi di un reale valore dimostrativo.

La gip ha inoltre richiamato il requisito necessario per riconoscere una finalità terroristica. Secondo il principio indicato dalla Corte costituzionale, l’offesa deve avere dimensioni «macroscopiche» e non può essere ricavata soltanto dal clima di paura seguito ai disordini. La Procura può contestare la decisione, ma il confronto deve svolgersi nelle sedi processuali.

La vicenda ha suscitato una dura reazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. L’atteggiamento del governo viene letto come il segnale di una concezione della magistratura non più come contrappeso istituzionale, ma come potere avversario da ricondurre sotto controllo.


La lezione politica del processo

Il processo 7 aprile si concluse senza la dimostrazione di un legame tra l’Autonomia e il sequestro Moro o le Brigate Rosse. Dei dodici principali dirigenti dell’Autonomia, sette furono assolti e gli altri ricevettero pene molto più basse rispetto alle richieste iniziali. Alcuni imputati, tra cui Vesce e Ferrari Bravo, avevano trascorso oltre cinque anni in carcere per accuse dalle quali furono poi prosciolti.

Luigi Ferrajoli definì quella vicenda «un prodotto perverso di tempi perversi». Anni dopo, anche Francesco Cossiga, che da ministro aveva sostenuto le leggi speciali, indicò Negri come la prima vittima delle «deviazioni dei giudici».

Secondo la lettura proposta nel testo, quella stagione produsse anche una frattura duratura tra la sinistra di governo e la cultura garantista. Il Pci di Enrico Berlinguer appoggiò il teorema accusatorio e condannò fin dall’inizio i gruppi autonomi, rafforzando il rapporto tra partito e magistratura.

Il caso Siher viene così accostato al precedente del 7 aprile come monito sui rischi di una giustizia condizionata dall’emergenza e dalla politica. La decisione della gip milanese, al contrario, viene presentata come l’esito del controllo ordinario sulla solidità di un’accusa.

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