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Attualità 3 min di lettura17 ore fa

Caso Regeni, la frase di Tajani riapre lo scontro con il Cairo

Dopo le tre condanne per la morte del ricercatore italiano, il ministro degli Esteri invita a distinguere tra i responsabili e l’Egitto, suscitando nuove critiche politiche

La sentenza sulla morte di Giulio Regeni ha riportato al centro non soltanto le responsabilità individuali, ma anche il ruolo dell’Egitto nella lunga vicenda giudiziaria. A poche ore dalla decisione, Antonio Tajani ha scelto di sottolineare i limiti tecnici del verdetto, mentre familiari, magistrati e forze politiche hanno ricordato gli ostacoli incontrati per arrivare al processo.


Tajani separa il verdetto dal Cairo

Il ministro degli Esteri, interpellato dai giornalisti a margine di un appuntamento a Milano, ha rimarcato che la condanna riguarda tre persone e non lo Stato egiziano. «C’è la separazione dei poteri: la sentenza è di primo grado. Sono state condannate tre persone, non l’Egitto», ha affermato, aggiungendo che bisognerà attendere gli eventuali successivi gradi di giudizio.

Tajani ha comunque definito inaccettabile l’uccisione di Regeni e ha sostenuto che la giustizia debba proseguire il proprio percorso. Sulla collaborazione del Cairo, il ministro ha ricordato che l’Italia l’ha chiesta più volte, ma non ha rivolto accuse dirette al regime di Abdel Fattah al-Sisi. La sua posizione è stata espressa soltanto dopo una domanda precisa sulla sentenza.


Dieci anni tra depistaggi e ostacoli

Le tre condanne rappresentano per la famiglia del ricercatore una risposta attesa dopo anni di battaglia per la verità. Il corpo di Regeni, studente friulano, fu ritrovato il 3 febbraio 2016 lungo la strada tra Il Cairo e Alessandria, pochi giorni dopo la sua scomparsa.

Nel corso delle indagini sono state avanzate ricostruzioni poi rivelatesi prive di fondamento, dal movente passionale legato all’omosessualità fino alla storia di una banda criminale che avrebbe avuto i documenti del giovane. I presunti componenti di quel gruppo furono uccisi, impedendo così che potessero essere ascoltati come testimoni.

Il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi ha richiamato la limitata disponibilità mostrata dalle autorità egiziane. Anche il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, che in passato ha seguito il caso, aveva evidenziato come l’atteggiamento del Cairo avesse messo a rischio la possibilità stessa di celebrare il processo. Tra gli ostacoli è rientrata anche la difficoltà di notificare gli atti a esponenti dell’apparato egiziano, alcuni dei quali avrebbero continuato a comparire in pubblico senza conseguenze.

Dopo la lettura della decisione, le critiche a Tajani sono arrivate dai familiari di Regeni, dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein e dalle associazioni impegnate nella ricerca della verità. Il loro giudizio è che la condanna non possa essere isolata dal comportamento tenuto dalle istituzioni egiziane durante questi dieci anni.


Il precedente dell’omicidio in Congo

Nel testo viene richiamata anche la vicenda dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e di Mustapha Milambo, uccisi nella Repubblica Democratica del Congo. In quel caso l’Italia non si è costituita parte civile nel procedimento, mai avviato, contro due funzionari del Programma alimentare mondiale accusati di avere falsificato i documenti di viaggio relativi a una missione ad alto rischio.

La decisione continua a essere contestata dai parenti delle vittime, che la considerano un arretramento dello Stato nella ricerca delle responsabilità. All’epoca Tajani aveva motivato la scelta del governo con due parole: «Interesse nazionale».

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