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Attualità 3 min di lettura11 min fa

Caso Pfas, Peruffo assolto: il “cassetto” non fu diffamazione

Il Tribunale di Belluno ha chiuso il procedimento contro l’ex portavoce No Pfas, che aveva accusato la Regione Veneto di aver ritardato la diffusione di documenti sanitari.

Sette anni dopo quella frase pronunciata in radio, Alberto Peruffo è stato assolto. Il Tribunale di Belluno ha stabilito che l’accusa rivolta all’ex assessore regionale Gianpaolo Bottacin non costituisce reato: il riferimento ai documenti sanitari “tenuti in un cassetto” è stato ricondotto al terreno della critica politica e della richiesta di trasparenza.

La vicenda nasce da un intervento dell’aprile 2019 nella trasmissione “Centocittà” di Radio Rai 1. Peruffo, allora portavoce del Comitato No Pfas, aveva contestato a Bottacin la gestione delle informazioni sull’inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche. L’ex assessore regionale all’Ambiente e alla Protezione civile aveva presentato querela, ritenendo quelle parole lesive della propria reputazione.

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Il verdetto chiude lo scontro

La Procura aveva chiesto per Peruffo una condanna a sei mesi di reclusione. Il difensore Edoardo Bortolotto aveva invece sostenuto la piena legittimità delle dichiarazioni e domandato l’assoluzione: il giudice ha accolto questa tesi, ponendo fine al procedimento penale.

Secondo la difesa, l’immagine del cassetto non attribuiva a Bottacin un occultamento materiale, ma denunciava il ritardo nella circolazione di informazioni considerate essenziali per la salute pubblica. Per anni, infatti, gli abitanti dell’area più colpita avevano chiesto i risultati completi dei controlli sugli alimenti e sull’acqua.

Il legale ha ricordato che Greenpeace e il movimento delle Mamme No Pfas si erano rivolti prima al difensore civico e poi al Tar del Veneto per ottenere quei dati. La sentenza arriva mentre resta senza esiti giudiziari specifici il capitolo relativo alle eventuali responsabilità politiche nella sottovalutazione dell’emergenza.


La relazione che alimentò il caso

Al centro del processo c’era un documento preparato nell’autunno 2016 da Domenico Mantoan, allora direttore del settore Sanità regionale. Nella relazione veniva evidenziata la necessità di fermare la produzione della Miteni di Trissino, in provincia di Vicenza, indicata come origine della contaminazione della falda.

Bottacin ha dichiarato di aver ricevuto il documento e di averne consegnato una copia alla Procura di Vicenza. Ha inoltre riferito di averlo dato personalmente a Luca Zaia il giorno successivo. L’ex presidente del Veneto, ascoltato in aula, aveva però ricordato di essersi lamentato nel gennaio 2017 per non essere stato informato in tempo degli esiti delle analisi, senza indicare con precisione quando avesse conosciuto la relazione.

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Quella sequenza di passaggi è rimasta parzialmente incerta. Nel frattempo, la popolazione delle province di Vicenza, Verona e Padova continuava a vivere nell’area interessata dalla contaminazione, dove risiedono circa 350mila persone.


Il paragone con il Vajont

Nella sua arringa, Bortolotto ha richiamato la storia di Tina Merlin, la giornalista che aveva denunciato i rischi legati alla diga del Vajont prima della tragedia del 1963. A Belluno, teatro delle indagini su quella catastrofe, il difensore ha accostato l’acqua che provocò la frana di Longarone a quella contaminata nel sottosuolo veneto.

Il confronto è stato utilizzato per sottolineare la difficoltà di riconoscere le conseguenze di un danno ambientale quando non si manifestano subito. Uno studio dell’Università di Padova ha stimato in 3.899 i decessi registrati tra il 1985 e il 2018 in relazione all’area interessata; durante l’arringa è stata invece citata la cifra di 3.890 morti attribuiti alla contaminazione.

Tra le testimonianze considerate rilevanti c’è stata quella di Vincenzo Cordiano, medico dell’ospedale di Valdagno. Dal 2013 il professionista segnalava tassi di mortalità per tumori e altre patologie superiori alla media in alcuni Comuni del Vicentino.


Trasparenza e responsabilità pubblica

Altre deposizioni hanno alimentato i dubbi su una risposta istituzionale tardiva. Nel 2017, nonostante l’allarme già emerso, alla Miteni fu consentito di proseguire l’attività produttiva. Il procedimento di Vicenza per disastro ambientale si è poi concluso in primo grado con condanne pesanti, mentre non sono seguite incriminazioni di esponenti politici per le possibili omissioni nella gestione delle informazioni.

«Peruffo, con l’immagine del “cassetto”, voleva denunciare l’inerzia di un’amministrazione», ha sostenuto Bortolotto in aula. Per il difensore, la sentenza riconosce il diritto di segnalare pubblicamente un pericolo per la salute collettiva, anche attraverso una critica aspra, quando il tema riguarda dati e decisioni di interesse generale.

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