Case e affitti, l’Europa è al limite: perché la protesta può arrivare in Italia
Milioni di persone destinano oltre il 40% del reddito all’abitazione, mentre una parte consistente degli immobili resta inutilizzata e l’offerta in affitto continua a ridursi.
Il problema abitativo non riguarda più soltanto le grandi capitali europee. In Europa il 7,7% della popolazione affronta una condizione di forte pressione tra mutuo e locazione; in Italia la quota è del 5%, pari a circa 3 milioni di persone. Per queste famiglie la spesa per la casa supera il 40% del reddito disponibile.
A rendere il quadro ancora più delicato è il divario tra gli immobili disponibili e quelli realmente accessibili. Mentre una parte delle abitazioni rimane vuota, i canoni continuano a crescere nelle città e l’edilizia pubblica resta insufficiente.
Affitti sempre più lontani dai redditi
Dal 2013 il valore medio delle abitazioni in Europa è aumentato del 60%, con incrementi ancora più marcati nei centri urbani. Nello stesso periodo, tra il 2018 e il 2024, gli alloggi destinati ad Airbnb sono raddoppiati, mentre meno del 7% del patrimonio abitativo europeo appartiene al settore pubblico.
In Italia oltre il 70% dei nuclei familiari vive in una casa di proprietà. Questo dato, tuttavia, non protegge chi cerca un’abitazione in locazione: l’offerta per i contratti a lungo termine è ridotta e deve competere con gli affitti turistici e con quelli temporanei, spesso più redditizi. Nomisma ha avvertito che “alcuni territori e aree metropolitane” stanno diventando inaccessibili a un numero crescente di persone.
Filippo Celata, docente di Geografia economica alla Sapienza e consulente dei Comuni di Firenze e Roma sulle locazioni turistiche, collega la crisi alla combinazione tra stipendi fermi e costi immobiliari in salita. La pandemia, ha spiegato, ha accelerato il fenomeno attraverso l’aumento delle compravendite e una forte inflazione.
Case vuote e proteste nelle capitali
Secondo Celata, in Italia e Spagna il numero complessivo delle abitazioni non è necessariamente insufficiente: ce ne sono più di 1,3 per famiglia. Molte, però, si trovano in zone interne poco richieste, sono inutilizzate oppure non vengono immesse sul mercato residenziale. Il nodo, quindi, riguarda soprattutto la distribuzione e la destinazione degli immobili.
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A Berlino la sindaca Elif Eralp è stata eletta anche sulla proposta di riportare sotto controllo pubblico 200 mila appartamenti appartenenti a grandi gruppi immobiliari. In Spagna, invece, le mobilitazioni per il diritto alla casa hanno raggiunto una dimensione tale da poter incidere anche sul quadro politico e aprire la strada a nuove elezioni.
Celata osserva che in Italia i valori delle abitazioni sono ancora inferiori al massimo raggiunto nel 2008 e che le famiglie dispongono mediamente di una ricchezza maggiore rispetto ad altri Paesi. Questa situazione, però, potrebbe soltanto rinviare la crisi: “L’illusione resiste. Ma è solo questione di tempo”.
Il nodo degli interventi pubblici
Una possibile risposta consiste nel limitare alcuni utilizzi del patrimonio privato e riportare una parte degli immobili verso l’affitto residenziale. La Spagna sta tentando di muoversi in questa direzione, mentre Celata considera meno convincente l’idea di puntare soltanto su nuove costruzioni nelle grandi città, soprattutto quando gli incentivi ai privati non garantiscono davvero canoni sostenibili.
Resta infine il tema dell’edilizia pubblica. Il piano del governo italiano prevede il recupero di 60mila alloggi oggi non utilizzabili, ma secondo la valutazione riportata nel testo ne servirebbero dieci volte tanti soltanto per rispondere alle esigenze delle persone già inserite nelle liste d’attesa. Le risorse necessarie, però, non risultano al momento disponibili né a livello europeo né nazionale.
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