Carceri minorili, il paradosso della repressione: più rischi per i ragazzi
Un contributo scientifico europeo contesta l’espansione degli istituti per adolescenti e propone di investire in salute mentale, scuola e sostegno sociale.
«Incarcerare i bambini non è un antidoto ai mali sociali, ma la loro manifestazione più estrema e patogena». È la conclusione a cui arrivano i ricercatori che hanno esaminato gli effetti della detenzione sui minorenni, mettendo in discussione l’idea che il carcere possa funzionare da risposta alle violenze giovanili.
Nel contributo pubblicato il 10 settembre 2026 su The Lancet Child & Adolescent Health, gli autori sostengono che l’esperienza detentiva non riduca necessariamente il rischio di nuovi reati. Al contrario, la permanenza in istituto può favorire il successivo ingresso nel circuito penale anche da adulti e associarsi a livelli di recidiva più alti rispetto ai percorsi alternativi sul territorio.
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La detenzione può aggravare il disagio
Il testo, firmato tra gli altri da Nicola Cocco, Emma Plugge, Edoardo Corsi Decenti, Fadi Meroueh, Lara Tavoschi e Michele Umbrello, non presenta una ricerca sperimentale. Si tratta di un’analisi scientifica basata su dieci pubblicazioni e documenti, costruita per contestare la progressiva sostituzione delle politiche di protezione con misure prevalentemente punitive.
Secondo gli autori, gli istituti penali riuniscono adolescenti che spesso arrivano già segnati da traumi, dipendenze o disturbi psichiatrici. Sovraffollamento, aggressioni, isolamento e pratiche di contenimento possono aggravare la loro condizione, aumentando l’esposizione a depressione grave, disturbo post-traumatico da stress e abuso di sostanze.
Tra gli episodi richiamati figura quello del Cesare Beccaria di Milano, dove tredici agenti sono stati arrestati con l’accusa di presunti abusi sistematici. Il contributo cita inoltre il suicidio del diciassettenne Danilo Rihai, avvenuto nel carcere minorile di Treviso.
Psicofarmaci e controllo degli istituti
Un indicatore considerato particolarmente rilevante riguarda la somministrazione di farmaci psichiatrici. Nei principali istituti penali per minorenni italiani, nel 2024, il consumo è cresciuto in media del 41%, calcolato attraverso le dosi giornaliere definite.
I ricercatori distinguono le prescrizioni necessarie dall’uso di sedativi destinati a contenere i comportamenti e mantenere l’ordine. Il rischio denunciato è che la sofferenza prodotta dall’ambiente detentivo venga attenuata con i farmaci, invece di essere affrontata intervenendo sulle condizioni che la generano.
La pubblicazione dedica attenzione anche ai minori stranieri non accompagnati, ritenuti più esposti alla detenzione a causa della scarsità di strutture di accoglienza. Vengono inoltre contestati i metodi impiegati per stabilire l’età, comprese le radiografie del polso e alcune rilevazioni biometriche, giudicate caratterizzate da margini d’errore elevati.
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L’Italia al centro della svolta punitiva
I dati raccolti indicano che, tra il 2023 e il 2024, la popolazione detenuta negli istituti minorili è salita dell’80% in Italia. Nello stesso periodo l’incremento è stato del 50% in Germania e vicino al 20% in Francia. Gli autori ricordano anche la scelta della Svezia di trasferire quindicenni in strutture amministrate dal sistema penitenziario per adulti.
Per quanto riguarda l’Italia, nel contributo viene indicato il decreto Caivano del 2023, che ha esteso le possibilità di ricorrere alla custodia cautelare. L’analisi colloca queste decisioni dentro una tendenza europea che, secondo i firmatari, privilegia la punizione rispetto agli interventi di tutela e accompagnamento.
La proposta avanzata è spostare le risorse previste per ampliare le carceri verso i servizi di salute mentale, l’istruzione, l’assistenza sociale e i programmi educativi. L’obiettivo indicato dagli autori è arrivare alla chiusura degli istituti penali minorili europei.
Il piano del governo dopo le violenze
La direzione indicata dall’articolo si contrappone alle ipotesi discusse dal governo dopo i disordini registrati a Milano e in altre città italiane. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha annunciato l’intenzione di aumentare i posti disponibili negli istituti penali per minorenni e di riservare ai ragazzi alcune aree delle carceri per adulti.
«Ci sono momenti in cui, purtroppo, è necessario mandare dietro le sbarre questi minori violenti», ha dichiarato Nordio il 22 ottobre a Sky Tg24. Il ministro ha descritto il sistema penitenziario minorile come «in sofferenza» e ha spiegato che il dicastero sta valutando un ampliamento della capienza delle strutture.
Nordio non ha escluso in linea teorica nemmeno una riduzione dell’età minima per l’imputabilità, oggi fissata a 14 anni, precisando tuttavia che non si tratta di una misura prevista nell’immediato. È proprio su questo contrasto tra espansione carceraria e investimenti sociali che si concentra la critica del gruppo di medici e ricercatori.
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