Cambio dell’ora, l’impasse dura da 8 anni: cosa succede ora
La riforma europea per fermare il passaggio tra ora solare e legale resta senza accordo tra i governi dell’Unione.
Negli Stati Uniti il periodo dell’ora legale è più esteso rispetto a quello europeo: comincia la seconda domenica di marzo e termina la prima domenica di novembre, con l’eccezione di Hawaii e Arizona, dove resta in vigore l’ora solare per tutti i mesi. Nell’Unione europea, invece, le lancette vengono spostate avanti nell’ultima domenica di marzo e riportate indietro nell’ultima domenica di ottobre.
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La riforma europea non si sblocca
Il sistema attuale continua perché il progetto presentato nel 2018 dalla Commissione Europea non ha ancora ottenuto il via libera dei governi nazionali. La proposta, elaborata negli ultimi mesi della Commissione guidata da Jean-Claude Juncker, puntava a eliminare i due cambi annuali, lasciando a ogni Stato la scelta tra ora legale e ora solare permanente.
A distanza di 8 anni, il dossier è ancora fermo al Consiglio Ue, l’organismo nel quale siedono i rappresentanti degli Stati membri. Anna-Kaisa Itkonen, portavoce per l’Ambiente, ha spiegato durante un incontro con la stampa che la Commissione mantiene la posizione assunta nel 2018 e che il compito di arrivare a una decisione spetta ai Paesi dell’Unione.
Nord e Sud restano distanti
Il nodo principale riguarda la necessità di coordinare le scelte tra Paesi che condividono lo stesso fuso orario. Senza un’intesa comune, l’adozione di regimi differenti potrebbe creare disallineamenti negli orari e difficoltà per il funzionamento del mercato unico.
Le preferenze, inoltre, divergono geograficamente: diversi Stati del Nord sostengono il mantenimento dell’ora solare, mentre quelli meridionali tendono a privilegiare l’ora legale durante tutto l’anno. Il contrasto ha impedito di trasformare la proposta in una decisione concreta, nonostante il confronto portato avanti con le diverse presidenze di turno del Consiglio.
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Nuovi studi prima della decisione
La Commissione non ha archiviato il dossier e sta preparando un’analisi destinata a fornire elementi utili ai governi. Itkonen ha precisato che il lavoro è ancora in corso e che non è stata fissata una data per la pubblicazione dei risultati.
Lo studio dovrebbe valutare le conseguenze dei possibili cambiamenti dell’orario, compresi gli effetti sul coordinamento tra gli Stati e sulle attività economiche. L’istituzione europea può facilitare il confronto e sostenere la ricerca di un’intesa, ma non può imporre da sola la soluzione finale.
Una storia nata in guerra
L’introduzione dell’ora legale risale alla Prima Guerra Mondiale. Germania e Impero Austro-Ungarico furono i primi ad adottarla nel 1916, mentre in seguito il sistema venne abbandonato e poi ripristinato dalla Francia 50 anni fa, durante la crisi petrolifera, con l’obiettivo di contenere i consumi energetici.
Dal 2000 la materia è regolata da una direttiva europea. Le richieste di revisione arrivate dagli Stati membri e dal Parlamento Europeo portarono alla proposta del 2018, rimasta però senza esito. Per questo, ha ricordato la portavoce, nel prossimo fine settimana le lancette verranno ancora spostate indietro di un’ora.
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