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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

California, 19mila ettari di vigne in meno: il raccolto che serve

Dalla crisi del vino californiano alle maxi-confezioni di Seul, passando per mele antiche, carne centralizzata e una birra monastica che rifiuta di crescere.

La California si prepara a una vendemmia 2026 più contenuta, nella speranza che un raccolto scarso contribuisca a ridurre l’eccesso di vino. In dodici mesi sono stati cancellati oltre 19mila ettari di vigneti, pari all’8% della superficie complessiva, mentre consumi ed esportazioni continuano a indebolire il settore.

Il paradosso è che una diminuzione della produzione, normalmente considerata un problema, oggi potrebbe diventare una soluzione. Tra vigne estirpate, confezioni familiari sempre più grandi e lavorazioni trasferite lontano dai negozi, il tema comune è la misura che il cibo assume quando a deciderla sono mercato, logistica o regole interne.

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La California riduce i filari

Negli ultimi anni il vino prodotto nello Stato ha superato la capacità di assorbimento del mercato. La contrazione dei consumi si è sommata allo stop quasi totale delle vendite verso il Canada, dopo che le province canadesi hanno rimosso dagli scaffali gli alcolici statunitensi in risposta ai dazi introdotti da Washington.

La conseguenza è una lunga serie di crisi aziendali, licenziamenti e uve lasciate sulle piante perché prive di acquirenti. I dati elaborati dall’associazione dei viticoltori californiani insieme a Land IQ indicano che in un solo anno sono spariti più di 19mila ettari di viti da vino. Dopo una fase di espansione durata anni, la filiera guarda quindi a una produzione inferiore come possibile rimedio all’offerta in eccesso.


A Seul conviene comprare enorme

In Corea del Sud la risposta al caro alimentare passa invece da formati sempre più voluminosi. A Seul molte famiglie acquistano grandi confezioni nei punti vendita all’ingrosso e, una volta rientrate, dividono gli alimenti in porzioni da conservare.

A settembre la spesa pagata con carta nei magazzini Costco ed Emart Traders ha raggiunto circa 1,1 miliardi di dollari, il livello più alto mai registrato. Questi negozi mantengono bassi i prezzi trattando pochi prodotti in quantità elevate, lasciando spesso la merce sui bancali e privilegiando i marchi della catena. Il vantaggio, però, presuppone spazio domestico e una disponibilità economica sufficiente per sostenere una spesa più alta nell’immediato.

Il modello sta premiando i distributori: Costco Corea ha chiuso il 2025 con ricavi record, mentre Traders ha oltrepassato il doppio dell’utile ottenuto due anni prima. La scelta del formato, quindi, non riguarda soltanto il consumatore, ma rafforza anche il peso commerciale dei grandi operatori.

In Nuova Zelanda la standardizzazione procede in direzione opposta rispetto alla spesa all’ingrosso: a ridursi è il rapporto diretto con il negozio. Dal 19 ottobre nessun supermercato Woolworths dell’Isola del Sud dispone più di un macellaio, perché la catena ha trasferito il taglio e il confezionamento in stabilimenti centralizzati.

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L’azienda indica la difficoltà nel reperire personale e assicura che il nuovo sistema garantisca uniformità, maggiore freschezza e conservazione più lunga. Workers First, il sindacato, calcola invece una perdita di circa 80 posti e sostiene che proprio le voci di ristrutturazione abbiano scoraggiato i candidati. Con la scomparsa del macellaio viene meno anche la possibilità di chiedere un taglio personalizzato o un consiglio al banco.


Le piccole produzioni resistono

In Austria il problema è quasi speculare: non aumentare la quantità, ma fare spazio alla varietà. Il Paese conserva circa 2mila tipi di mele, mentre la grande distribuzione ne propone abitualmente una decina. Spar e Frutura stanno sperimentando l’ingresso di due varietà storiche, l’Ilzer Rosenapfel e la Falchs Gulderling.

I primi frutti saranno disponibili il mese prossimo in un punto vendita pilota di Vienna, oltre che in asili e scuole. Arche Noah, associazione impegnata nella tutela delle colture antiche, ha individuato le due mele tra quelle ritenute più adatte alla produzione su scala maggiore. Gusto, rendimento, resistenza alle malattie e durata saranno verificati proprio dal circuito commerciale che per anni ha favorito una scelta molto più ristretta.

Una misura precisa, invece, è già stata fissata dai monaci benedettini di Saint-Wandrille, in Normandia. Nel birrificio inaugurato nel 2016 l’intero processo, dalla trasformazione dei cereali alla preparazione delle scatole, si svolge all’interno dell’abbazia e coinvolge direttamente la comunità religiosa.

La produzione si ferma a circa 100mila bottiglie l’anno e non è previsto un aumento. Le preghiere scandiscono diverse volte la giornata, mentre il lavoro occupa il tempo restante: è dunque la birra ad adeguarsi al ritmo del monastero. Anche qui rincari, trasporti e difficoltà nel reperire le materie prime non sono scomparsi, nonostante il malto provenga da cereali della Normandia.

Mentre la California cerca di ridimensionare i vigneti, Seul allarga le confezioni, la Nuova Zelanda concentra il lavoro e l’Austria prova a recuperare varietà dimenticate, a Saint-Wandrille la dimensione resta una scelta deliberata. Il limite, in quel caso, non lo impone il mercato: lo stabiliscono le ore della giornata.

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