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Attualità 2 min di lettura4 ore fa

Calcetto durante la malattia, il licenziamento non regge: 12 mensilità

Il tribunale di Bergamo ha escluso una colpa sufficiente a giustificare il licenziamento di un 50enne seguito da un investigatore privato.

Il licenziamento è stato annullato e all’ex dipendente spettano dodici mensilità da 6mila euro lordi ciascuna. È questo l’esito della causa avviata da un 50enne di Bergamo, allontanato dal lavoro dopo essere stato sorpreso a giocare a calcetto mentre si trovava in malattia.


Lo sport non bastava per licenziarlo

La giudice Bertoncini ha stabilito che la partita non poteva essere considerata, in quel caso, una violazione disciplinare tanto grave da interrompere il rapporto di lavoro. L’attività fisica durante la malattia può diventare rilevante soltanto se peggiora la patologia oppure se è incompatibile con le condizioni del dipendente.

Il consulente nominato dal tribunale non ha rilevato nessuno dei due elementi. Al contrario, ha richiamato le ricerche che indicano possibili effetti favorevoli dell’esercizio fisico in presenza di alcune patologie neurologiche e psichiatriche. Per questo, il fatto di aver giocato non è stato ritenuto sufficiente a sostenere il provvedimento dell’azienda.


La diagnosi e il peso della situazione personale

L’uomo aveva ricevuto una diagnosi di sclerosi multipla sette mesi prima di perdere il posto. Conviveva inoltre con l’ansia e aveva un figlio alle prese con problemi di salute; secondo i terapeuti che lo seguivano, mantenere relazioni e attività capaci di farlo stare meglio era importante per evitare l’isolamento.

L’azienda, una società metalmeccanica, non conosceva questo quadro quando incaricò un investigatore di controllare il dipendente. Nel rapporto furono annotati l’arrivo con il borsone, l’ingresso negli spogliatoi, l’uso dei guanti da portiere e anche la birra consumata dopo la gara. Mario fornì le proprie spiegazioni soltanto dopo aver ricevuto la contestazione disciplinare, ma il licenziamento venne comunque formalizzato.

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Resta un addebito, ma non decisivo

Il tribunale ha considerato fondato un altro episodio: l’uscita dall’ufficio del 16 febbraio. Il lavoratore l’aveva collegata a un crollo emotivo, ma per i giudici si è trattato comunque di una condotta non corretta.

Quell’episodio, però, non è stato giudicato abbastanza grave da giustificare la perdita del posto. La sentenza non ha disposto il reintegro, ma ha riconosciuto a Mario un risarcimento equivalente a dodici mensilità, ognuna pari a 6mila euro lordi.

Nel frattempo il 50enne ha trovato una nuova occupazione. Anche il calcio a cinque è rimasto parte della sua routine: quando gli impegni lo consentono, il giovedì sera torna a giocare come portiere.

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