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Attualità 3 min di lettura27 min fa

Byker, il prezzo umano del cambiamento: la foto che dice tutto

Una mostra a Newcastle ripercorre la demolizione di un quartiere operaio e il lavoro di Sirkka-Liisa Konttinen tra memoria, case e comunità disperse.

Le fotografie non restituiscono soltanto strade abbattute o nuove abitazioni: mostrano che cosa accade alle persone quando un quartiere viene trasformato dalle decisioni urbanistiche. Per Sirkka-Liisa Konttinen, il costo umano di questo processo è racchiuso in un’immagine precisa: «Uomo che gesticola in una strada demolita, Byker 1971». Secondo la fotografa, quella scena non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.

Il suo lavoro è al centro di “Sviluppo incompleto: cosa accade quando cambiano le città?”, esposizione aperta fino al 29 novembre alla Newcastle Contemporary Art. Il percorso riunisce oltre cinquant’anni di fotografia documentaria proveniente da AmberSide Collection e Four Corners Archive, con immagini di autori come Chris Killip e Henri Cartier-Bresson.

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Le immagini oltre la nostalgia

Di fronte alla crisi abitativa, alla gentrificazione e agli sfratti, Konttinen ritiene che la fotografia riesca a restituire soprattutto l’esperienza concreta di chi subisce gli sconvolgimenti urbani. È una dimensione che il dibattito politico, spesso concentrato su piani, numeri e assetti immobiliari, rischia di lasciare sullo sfondo.

La fotografa respinge però l’idea che una composizione curata debba trasformare automaticamente il passato in un oggetto nostalgico. A suo giudizio, la nostalgia nasce in un secondo momento, mentre lo scatto conserva prima di tutto il presente di chi è stato fotografato. Anche il commento di Jeremy Seabrook sul libro “BYKER”, pubblicato nel settembre 1983 su New Society, sottolineava che quelle immagini raccontavano la disgregazione di un’intera comunità industriale, senza idealizzare condizioni di vita molto dure.


Byker prima della demolizione

Konttinen arrivò nel quartiere nel 1969 e vi rimase per dodici anni, vivendo accanto agli abitanti e seguendo la quotidianità delle case a schiera prima della loro scomparsa. Byker, nella parte orientale di Newcastle upon Tyne, era nato nell’Ottocento come insediamento operaio legato alle attività industriali. Alla fine degli anni Sessanta contava circa diciassettemila residenti, distribuiti in abitazioni vittoriane sovraffollate e spesso degradate.

Quelle case, tuttavia, non erano percepite dai residenti come uno “slum”. La fotografa ricorda una comunità orgogliosa dei propri spazi, anche se il rinvio degli interventi di manutenzione da parte dei proprietari aveva aggravato il deterioramento di alcuni immobili. Per molte famiglie sarebbe stato preferibile conservare le abitazioni e rinnovarle con servizi igienici interni e riscaldamento centralizzato.

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Nella vita quotidiana, i rapporti si costruivano attraversando le strade del quartiere, passando davanti agli ingressi dei vicini e frequentando pub, negozi, bagni pubblici e lavatoi. Questi ultimi, soprattutto per le donne, erano luoghi di conversazione e di relazioni. «Le strade, i pub e i negozi erano luoghi d’incontro, salotti comuni», ha ricordato Konttinen.


Il nuovo quartiere ha disperso la comunità

Il Comune scelse infine di abbattere il vecchio Byker e di affidare la ricostruzione all’architetto Ralph Erskine. Il progetto, influenzato dall’esperienza socialdemocratica svedese, portò alla nascita del Byker Estate e del Byker Wall: un lungo edificio residenziale concepito come protezione verso nord, dietro il quale si trovavano case basse, giardini e camminamenti pedonali.

La promessa di riportare nel nuovo complesso l’intera popolazione originaria non si realizzò. I cantieri durarono a lungo e i trasferimenti provvisori finirono per allontanare molte famiglie; alla fine, nel quartiere ricostruito tornò soltanto circa un quinto degli abitanti precedenti. La rete di rapporti che teneva insieme la comunità si spezzò e il nuovo insediamento assunse un carattere più mobile, con gruppi separati e meno legati tra loro.

Nel 2003 Konttinen fu invitata a fotografare nuovamente Byker, venticinque anni dopo aver lasciato il vecchio quartiere. Nel frattempo l’area era diventata anche sede di un centro governativo destinato a richiedenti asilo e rifugiati: in circa ottanta ettari, racchiusi da un perimetro lungo più di due chilometri, vivevano persone provenienti da trentuno Paesi e si parlavano ventotto lingue.

Oggi il complesso conosciuto come Erskine’s Byker Wall comprende 1.800 abitazioni e ospita 9.500 persone. La mostra mette una accanto all’altra le fotografie realizzate prima e dopo la trasformazione, mostrando la distanza tra le ambizioni della rigenerazione urbana e le conseguenze prodotte sulle vite di chi abitava quel luogo.

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