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Attualità 4 min di lettura50 min fa

Bot russi, la grande illusione: cosa dicono davvero i dati dopo gli attacchi a Yandex

Il traffico automatico legato alla rete russa è precipitato, ma gli esperti invitano alla cautela: il dato non dimostra la fine delle campagne di influenza online.

La domanda più difficile non riguarda soltanto il possibile spegnimento di una parte dei bot russi, ma il funzionamento dell’ambiente digitale nel suo complesso: perché i contenuti più capaci di attirare attenzione sono spesso anche quelli che esasperano lo scontro? Il quesito resterebbe attuale persino se tutte le strutture russe dedicate alla manipolazione online cessassero improvvisamente di operare.

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La rete digitale resta difficile da leggere

La disinformazione, secondo il rapporto *Fractured Reality: How democracy can win the global struggle over the information space*, pubblicato nell’aprile 2026 dal Joint Research Centre della Commissione europea, non si esaurisce nella ricerca delle notizie false o dei loro autori. A incidere è anche il modo in cui sono costruite le piattaforme, i cui sistemi di raccomandazione e modelli economici premiano spesso i messaggi più emotivi e conflittuali.

Le campagne straniere sfruttano un meccanismo già esistente, senza averlo necessariamente creato. Account automatici, centri di elaborazione dati, servizi cloud, algoritmi e strumenti di intelligenza artificiale generativa formano una filiera complessa. Proprio questa articolazione rende arduo stabilire quanto un attacco a una singola infrastruttura abbia inciso sulle attività di influenza.


Il calo dei bot non prova tutto

Tra l’8 e l’11 ottobre, droni ucraini hanno raggiunto tre centri dati di Yandex nelle regioni di Ryazan, Kaluga e Vladimir. Le conseguenze hanno coinvolto diversi servizi digitali russi, dai pagamenti alle applicazioni per il lavoro, passando per i taxi e il cloud; nella struttura di Sasovo si trovano inoltre due dei tre supercomputer impiegati dall’azienda per sviluppare modelli di intelligenza artificiale, anche se non è noto se siano stati colpiti.

Cloudflare ha registrato una diminuzione del 94% del traffico automatico proveniente dalla rete di Yandex, spesso considerata l’equivalente russo di Google. Il dato, tuttavia, non permette da solo di concludere che siano diminuite nella stessa misura le attività filorusse su X, Facebook o Telegram: la categoria dei bot comprende infatti sia profili che pubblicano messaggi, sia programmi per lo spam e strumenti usati dai motori di ricerca per indicizzare i siti.


Le verifiche ridimensionano l’entusiasmo

L’ipotesi di un indebolimento della macchina propagandistica di Mosca aveva trovato spazio anche nelle parole di Volodymyr Zelensky. Il 12 ottobre, al Warsaw Security Forum, il presidente ucraino aveva sostenuto che sui social si percepissero meno odio e contrapposizioni, collegando questa impressione alla riduzione dei bot.

In Italia Carlo Calenda ha interpretato il fenomeno in modo molto più netto. In un messaggio pubblicato su X ha scritto: «Metà di quello che leggiamo online sono bot. Messi lì da chi vuole distruggere l'Europa. Il problema non è che non possiamo difenderci. Siamo la seconda o terza potenza al mondo. Il problema è che non ce ne accorgiamo. È arrivato il momento di reagire. Perché nessuno lo farà al posto nostro».

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Le prime analisi indipendenti, però, non confermano un crollo generalizzato. Valdemar Osted, analista di Common Consultancy, ha esaminato i commenti su Facebook relativi ai post di 76 esponenti di AfD e di 136 profili collegati al movimento MAGA. Dopo aver considerato l’orario di pubblicazione e l’età dei contenuti, ha rilevato variazioni comprese tra -8% e +5% per AfD e tra +4% e +10% per MAGA, oscillazioni ritenute normali, pur con il limite di un campione ristretto a una sola piattaforma e a pochi giorni.

Anche l’asserito crollo del 71% delle visualizzazioni dei contenuti di Tucker Carlson non consente conclusioni sicure. Il confronto riguardava sette post precedenti e quattro successivi agli attacchi, ma quelli più recenti avevano avuto meno tempo per accumulare visualizzazioni. Amil Khan, amministratore delegato di Valent, ha inoltre riferito al Guardian di non avere individuato variazioni riconoscibili nella quantità di contenuti prodotti dalle reti di disinformazione monitorate.


Yandex colpita, ma i messaggi continuano

Walter Quattrociocchi, docente di Informatica alla Sapienza di Roma e studioso della polarizzazione digitale, ha separato il dato tecnico dall’interpretazione politica. A suo giudizio, la riduzione del traffico automatico non dimostra il collasso delle operazioni di influenza; l’episodio può però essere osservato come un esperimento naturale per capire come reagisce l’ecosistema informativo quando una parte delle sue infrastrutture viene meno.

Lukasz Olejnik, esperto di sicurezza informatica e ricercatore al King's College di Londra, ha definito su X «una convinzione sbagliata e pericolosa» l’idea che i bot siano improvvisamente spariti. Le reti di influenza possono appoggiarsi a dispositivi compromessi, sistemi intermedi e servizi cloud occidentali, quindi non dipendono necessariamente da Yandex. Presentare il fenomeno come la scomparsa della minaccia rischia, secondo Olejnik, di alimentare a sua volta una rappresentazione fuorviante della realtà.

Gli attacchi hanno comunque messo in evidenza la fragilità di un sistema tecnologico concentrato: una singola società fornisce servizi essenziali a milioni di persone e a migliaia di imprese. Per capire se le incursioni ucraine abbiano davvero interrotto specifiche campagne di propaganda serviranno ulteriori esami delle reti coinvolte e prove verificabili dei loro collegamenti con i centri dati danneggiati.

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