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Attualità 4 min di lettura2 ore fa

Bot russi in silenzio? La prova che ridimensiona tutto

Gli attacchi contro i centri dati di Yandex hanno fatto crollare il traffico automatico, ma non dimostrano la fine delle campagne russe di influenza online.

L’ipotesi di un improvviso spegnimento della propaganda filorussa sui social non regge, almeno per ora, alle verifiche disponibili. Lukasz Olejnik, ricercatore di sicurezza informatica al King’s College di Londra, ha definito «una convinzione sbagliata e pericolosa» l’idea che i bot siano diventati silenziosi dopo gli attacchi ucraini a Yandex. Secondo lui, le reti di influenza possono appoggiarsi a dispositivi compromessi, servizi cloud occidentali e sistemi intermedi, continuando così a operare anche quando una specifica infrastruttura russa è fuori uso.

Walter Quattrociocchi, docente di Informatica alla Sapienza di Roma, invita però a non archiviare l’episodio. La temporanea indisponibilità di una parte della rete potrebbe offrire un’insolita occasione per osservare come reagisce l’ambiente informativo quando viene meno un elemento tecnologico essenziale.

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Il numero che ha alimentato l’equivoco

A far circolare l’idea di un crollo della propaganda è stato soprattutto un dato di Cloudflare Radar. Traffico automatico riconducibile alla rete di Yandex, il principale equivalente russo di Google, è diminuito del 94%, secondo la società che gestisce una quota rilevante del traffico internet mondiale.

Quel valore, tuttavia, non misura direttamente i profili che pubblicano messaggi politici. La categoria dei bot comprende infatti anche i programmi usati dai motori di ricerca per visitare e catalogare le pagine, oltre agli strumenti per l’invio massiccio di messaggi indesiderati. Il calo rilevato da Cloudflare riguarda soprattutto queste attività e non certifica la scomparsa degli account filorussi da X, Facebook o Telegram.

Volodymyr Zelensky ha comunque rilanciato la lettura più ottimistica durante il Warsaw Security Forum del 12 ottobre. Il presidente ucraino ha parlato di una presenza improvvisamente ridotta di odio, divisioni e provocazioni sulle piattaforme social, collegandola alla diminuzione dei sistemi automatici.


Le verifiche ridimensionano l’entusiasmo

Le analisi successive non hanno confermato un collasso generalizzato. Valdemar Osted, analista della società danese Common Consultancy, ha esaminato i commenti su Facebook raccolti sotto i post di 76 esponenti di AfD e di 136 account legati al movimento MAGA. Dopo aver corretto i risultati in base all’orario e all’età delle pubblicazioni, ha registrato variazioni comprese tra il -8% e il +5% per AfD e tra il +4% e il +10% per MAGA: oscillazioni considerate normali, anche se riferite a una sola piattaforma e a un intervallo di pochi giorni.

Un’altra tesi diventata popolare riguardava Tucker Carlson. Su X è stato attribuito agli attacchi un calo del 71% nelle visualizzazioni dei suoi contenuti, ma il confronto metteva insieme sette pubblicazioni precedenti e quattro successive, diffuse in momenti diversi. I messaggi più recenti avevano quindi avuto meno tempo per raccogliere visualizzazioni, rendendo impossibile collegare quel risultato alle incursioni.

Amil Khan, amministratore delegato di Valent, che controlla numerose reti di disinformazione internazionali, ha riferito al Guardian di non avere individuato cambiamenti riconoscibili nella quantità di contenuti pubblicati. Anche questo elemento rafforza la distinzione tra la riduzione di una componente tecnica e l’interruzione di un’intera operazione di influenza.

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Yandex mostra il punto debole

Gli attacchi si sono verificati tra l’8 e l’11 ottobre, quando droni ucraini hanno colpito tre centri dati di Yandex nelle regioni di Ryazan, Kaluga e Vladimir. Le conseguenze hanno coinvolto diversi servizi digitali russi, compresi pagamenti, taxi, applicazioni aziendali e infrastrutture cloud.

Il sito di Sasovo ospita inoltre due dei tre supercomputer impiegati da Yandex per l’addestramento dei propri modelli di intelligenza artificiale. Non è però noto se quelle macchine siano state danneggiate. L’episodio ha messo in evidenza la fragilità di un sistema molto concentrato, nel quale una singola azienda sostiene servizi indispensabili per milioni di persone e migliaia di imprese.


La questione va oltre i bot

In Italia Carlo Calenda ha interpretato i dati come un campanello d’allarme politico. In un messaggio pubblicato su X ha sostenuto che una parte consistente dei contenuti favorevoli ad AfD e MAGA, ostili all’Ucraina o favorevoli alla Brexit potrebbe essere prodotta da sistemi automatici e ha chiesto una reazione europea. «Il problema è che non ce ne accorgiamo», ha scritto, sottolineando la difficoltà di riconoscere l’origine dei messaggi che circolano in rete.

Quattrociocchi, più cauto, separa invece il dato osservabile — la caduta del traffico legato a Yandex — dall’ipotesi, ancora priva di prove sufficienti, di un blocco delle operazioni russe. Per stabilire un rapporto servirebbero studi sulle reti coinvolte e sulla loro effettiva dipendenza dalle infrastrutture colpite.

Il rapporto Fractured Reality: How democracy can win the global struggle over the information space, pubblicato nell’aprile 2026 dal Joint Research Centre della Commissione europea e firmato anche da Quattrociocchi, allarga ulteriormente il quadro. La disinformazione non nasce soltanto da singole notizie false o da gruppi che le diffondono: a favorirla contribuiscono gli algoritmi e i modelli economici delle piattaforme, che premiano i contenuti capaci di trattenere l’attenzione, spesso quelli più emotivi e conflittuali.

Le campagne straniere sfruttano questa architettura senza averla necessariamente progettata. Data center, profili automatici, sistemi di raccomandazione, servizi cloud e intelligenza artificiale formano un’infrastruttura complessa. Per questo la domanda centrale resta aperta: anche se le fabbriche russe di troll si fermassero, quale ambiente digitale rimarrebbe a determinare ciò che vediamo e condividiamo?

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