Bot russi, il grande equivoco: cosa hanno davvero spento i droni
Il traffico automatico legato a Yandex è precipitato dopo gli attacchi ucraini, ma le prove di un blocco della propaganda filorussa non ci sono
Che cosa resterebbe dell’informazione digitale se anche le strutture russe impiegate per alimentare le campagne di influenza online smettessero di funzionare? La domanda resta aperta, perché la capacità di attirare l’attenzione attraverso contenuti aggressivi e divisivi dipende da un sistema molto più ampio delle sole fabbriche di profili automatizzati.
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La minaccia non si è dissolta
Gli attacchi contro Yandex hanno reso evidente il peso strategico dei centri dati, ma hanno anche mostrato quanto sia complesso stabilire un rapporto diretto tra un guasto tecnico e una presunta frenata della propaganda. Per dimostrare che le operazioni di influenza siano state davvero interrotte servirebbero analisi sulle reti coinvolte e riscontri sul loro legame con le infrastrutture colpite.
L’episodio, inoltre, non implica che i messaggi filorussi abbiano smesso di circolare. Le campagne possono appoggiarsi a dispositivi compromessi, servizi informatici distribuiti e strutture collocate fuori dalla Russia. Lukasz Olejnik, studioso di sicurezza informatica al King's College di Londra, ha definito su X “una convinzione sbagliata e pericolosa” l’idea che gli account automatizzati siano improvvisamente spariti, avvertendo che una simile lettura può diventare essa stessa disinformazione.
Il dato di Cloudflare va interpretato
Tra l’8 e l’11 ottobre, droni ucraini hanno colpito tre strutture di Yandex nelle regioni di Ryazan, Kaluga e Vladimir. Le conseguenze si sono propagate a diversi servizi russi, dai pagamenti al trasporto in taxi, fino agli strumenti destinati alle imprese e alle piattaforme informatiche a distanza.
Secondo Cloudflare, il traffico automatico riconducibile alla rete di Yandex sarebbe diminuito del 94%. Il numero ha alimentato l’ipotesi che i raid avessero indebolito anche la macchina propagandistica del Cremlino, ma la rilevazione comprende soprattutto i programmi che scandagliano le pagine per i motori di ricerca, non necessariamente gli account incaricati di pubblicare messaggi politici.
La parola “bot”, infatti, racchiude fenomeni diversi: dai profili che intervengono nelle discussioni ai software utilizzati per inviare messaggi indesiderati, fino ai sistemi che catalogano i contenuti presenti sul web. Per questo il calo registrato da Cloudflare non dimostra che siano diminuite le attività su X, Facebook o Telegram.
Le verifiche ridimensionano l’entusiasmo
L’impressione di un improvviso ritorno alla normalità digitale si era diffusa dopo gli attacchi. Volodymyr Zelensky, il 12 ottobre, aveva osservato al Warsaw Security Forum che sulle piattaforme sembravano esserci meno odio, contrapposizione e provocazioni, collegando il fenomeno alla riduzione degli account automatizzati.
In Italia Carlo Calenda ha rilanciato una lettura molto più netta, sostenendo che una parte consistente dei contenuti politici visibili in rete sarebbe prodotta artificialmente e usata per indebolire l’Europa. “Il problema non è che non possiamo difenderci. Siamo la seconda o terza potenza al mondo. Il problema è che non ce ne accorgiamo”, ha scritto su X, invocando una reazione.
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Walter Quattrociocchi, docente di Informatica alla Sapienza di Roma, ha invitato invece a non confondere il ridimensionamento del traffico automatico con la fine delle operazioni di influenza. A suo giudizio, il caso può essere studiato come una sorta di esperimento naturale: osservare come cambia l’ambiente informativo quando una sua infrastruttura viene meno.
Le prime verifiche indipendenti non confermano però un crollo generalizzato. Valdemar Osted, analista di Common Consultancy, ha esaminato i commenti su Facebook relativi a 76 politici di AfD e 136 account associati al movimento MAGA. Dopo aver corretto i dati in base all’orario e all’età dei messaggi, ha rilevato variazioni comprese tra il -8% e il +5% per AfD e tra il +4% e il +10% per MAGA: oscillazioni compatibili con la normale attività della piattaforma, anche se l’analisi copre soltanto pochi giorni.
Un’altra segnalazione, relativa a un presunto calo del 71% delle visualizzazioni dei contenuti di Tucker Carlson, presenta un limite metodologico. Il confronto riguardava sette pubblicazioni precedenti e quattro successive ai raid, ma i messaggi più recenti avevano avuto meno tempo per accumulare visualizzazioni. Anche Amil Khan, amministratore delegato di Valent, ha riferito di non aver rilevato cambiamenti riconoscibili nei volumi dei contenuti prodotti dalle reti di disinformazione monitorate.
Il problema è l’architettura digitale
La vicenda ha riportato l’attenzione su un tema più vasto della propaganda russa. Quattrociocchi è tra gli autori di “Fractured Reality: How democracy can win the global struggle over the information space”, rapporto pubblicato nell’aprile 2026 dal Joint Research Centre della Commissione europea.
Lo studio sostiene che non basti individuare le notizie false o risalire a chi le produce. A favorire la disinformazione contribuiscono anche i sistemi di raccomandazione e i modelli economici delle piattaforme, che premiano i contenuti capaci di trattenere più a lungo gli utenti, spesso facendo leva su emozioni forti e contrapposizioni.
Le reti straniere sfruttano questa architettura senza averla necessariamente ideata. Centri dati, account automatizzati, servizi informatici distribuiti, algoritmi di selezione e strumenti di intelligenza artificiale generativa formano un’infrastruttura interconnessa, difficile da osservare e ancora più difficile da misurare.
Per questo il blocco di una parte della rete Yandex può offrire indicazioni importanti sulla fragilità del sistema, ma non basta a certificare la scomparsa della propaganda. La questione centrale resta capire quale spazio informativo sia stato costruito quando i contenuti più efficaci nel catturare l’attenzione sono anche quelli che alimentano maggiormente il conflitto.
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