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Attualità 4 min di lettura2 ore fa

Bosnia, quattro italiani morti nella missione europea

L'incidente riporta l'attenzione sul prezzo della stabilizzazione in Bosnia e sui rischi di una resa ucraina.

Quattro militari italiani sono morti nell’incidente di un elicottero CH-47 Chinook impegnato nell’operazione europea Eufor Althea, nella regione bosniaca di Brčko. Altre undici persone sono rimaste ferite.

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Il costo della stabilità

La tragedia riporta l’attenzione su una missione che da anni mantiene una presenza internazionale in Bosnia-Erzegovina. L’operazione è guidata dall’Unione europea dal 2 dicembre 2004, quando subentrò alla Nato, e oggi coinvolge circa 1.200 militari.

Il mandato, approvato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, comprende il controllo dell’attuazione militare degli accordi di Dayton, il mantenimento di condizioni di sicurezza e il sostegno alle forze armate bosniache. Eufor Althea può inoltre intervenire direttamente se la situazione dovesse peggiorare.

La missione non si limita alla presenza sul terreno. I contingenti conducono pattugliamenti, esercitazioni e attività di sorveglianza, oltre a mantenere contatti costanti con istituzioni e comunità locali.


La pace dopo Dayton

Gli accordi furono negoziati nel novembre 1995 nella base statunitense di Wright-Patterson, in Ohio, da Slobodan Milošević, Franjo Tuđman e Alija Izetbegović, con la mediazione diplomatica di Richard Holbrooke. La firma ufficiale arrivò a Parigi il 14 dicembre, dopo una guerra costata circa centomila vite e la fuga o lo sfollamento di milioni di persone.

Quel compromesso fermò il conflitto, ma costruì uno Stato su divisioni etniche molto rigide. La Bosnia-Erzegovina venne articolata nella Federazione di Bosnia-Erzegovina e nella Republika Srpska, con una presidenza a tre e procedure decisionali basate su rappresentanza e poteri di veto.

Le regole pensate per evitare il ritorno delle violenze hanno spesso rallentato il funzionamento delle istituzioni centrali. Le spinte separatiste e le dispute sull’autorità dello Stato spiegano perché, a trentun anni dalla pace, sia ancora necessaria una forza internazionale.


Il ruolo dell’Italia

Dal 21 gennaio 2026 il comando di Eufor Althea è affidato al generale di divisione Maurizio Fronda. L’Italia aveva già diretto l’operazione nel 2005-2006 e nel 2008-2009.

Per il 2026 è stato previsto un massimo di 320 militari italiani, affiancati da mezzi terrestri e risorse aeree. Il contributo comprende reparti dell’Esercito impegnati nella raccolta di informazioni e nella sorveglianza, unità di fanteria e personale dell’Aviazione dell’Esercito.

La missione bosniaca mostra il funzionamento della cooperazione europea: l’indirizzo politico spetta all’Unione, mentre gli Stati mettono a disposizione uomini e mezzi. Le intese Berlin Plus con la Nato forniscono inoltre parte delle strutture di pianificazione e comando.


La scelta sull’Ucraina

Il caso bosniaco viene richiamato anche nel dibattito sulla guerra in Ucraina. Una resa di Kiev, accompagnata da un governo sottoposto all’influenza russa, potrebbe infatti avvicinare la presenza militare di Mosca ai confini di Polonia, Slovacchia e Romania.

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Secondo diversi analisti e apparati di intelligence, il Cremlino potrebbe in seguito mettere alla prova la solidità dell’articolo 5 della Nato. Carlo Masala, docente all’Università della Bundeswehr di Monaco, ha prospettato questa possibilità in un’intervista rilasciata durante la Lennart Meri Conference.

Una stima del Kiel Institute for the World Economy, pubblicata nel 2024, aveva calcolato che per la Germania i costi dei cinque anni successivi a un’interruzione degli aiuti occidentali e a un’avanzata russa sarebbero potuti risultare da dieci a venti volte maggiori rispetto alla prosecuzione del sostegno militare a Kiev. Il dato dipende dalle ipotesi adottate dallo studio, ma mette in discussione l’idea che la resa coincida automaticamente con un risparmio.


Le capacità militari europee

L’Unione europea conduce già operazioni armate fuori dai propri confini. Nel Mediterraneo Eufor Med Irini contribuisce al controllo dell’embargo sulle armi diretto alla Libia; nel Mar Rosso Aspides protegge il traffico commerciale; nell’Oceano Indiano Atalanta sostiene la sicurezza delle rotte marittime. Eumam Ukraine è invece dedicata alla formazione dei militari ucraini.

L’Italia partecipa a più missioni e ospita a Roma il quartier generale del comando strategico di Irini. La cooperazione esiste dunque, ma non equivale alla disponibilità di un esercito federale.

Le forze e gli equipaggiamenti restano infatti nelle mani dei governi nazionali. Per operazioni convenzionali di grandi dimensioni, inoltre, diverse capacità decisive dipendono ancora dalla Nato e dagli Stati Uniti.


Nuovi investimenti per la difesa

La distanza tra gli impegni assunti dall’Europa e i mezzi disponibili è al centro del programma Safe, che prevede 150 miliardi di euro in prestiti per acquisti comuni e investimenti nel settore militare. A questo si aggiunge il piano di preparazione della difesa con traguardo al 2030, inizialmente indicato con il nome “Rearm”.

La Bosnia mostra quanto può durare una stabilizzazione internazionale dopo la fine dei combattimenti. In Ucraina, i missili russi contro città, scuole e ospedali ricordano invece che un accordo può interrompere le ostilità senza eliminare le cause dell’instabilità.

Dayton ha evitato una nuova guerra per trentun anni, ma non ha reso autosufficiente il sistema politico bosniaco. I quattro italiani morti a Brčko si trovavano in una missione che continua a sostenere quella pace, anche se è ormai poco presente nel dibattito pubblico europeo.

Un cessate il fuoco e una trattativa possono fermare le armi, ma senza garanzie affidabili e un assetto di sicurezza sostenibile i costi del conflitto rischiano di ricadere sugli anni successivi, sui Paesi vicini e sulle generazioni chiamate a difenderli.

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