Brčko, quattro italiani morti nell’incidente del Chinook
Le vittime erano impegnate nella missione Eufor Althea, guidata dall’Unione europea per la stabilità della Bosnia.
Quattro militari italiani sono morti e altri undici sono rimasti feriti nell’incidente di un elicottero CH-47 Chinook impegnato nella missione europea Eufor Althea, nella regione bosniaca di Brčko.
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I costi di una pace fragile
L’esperienza della Bosnia mette in discussione l’idea che una resa dell’Ucraina possa ridurre automaticamente gli oneri della difesa europea. Un cessate il fuoco può servire e un negoziato può essere necessario, ma senza garanzie affidabili e condizioni di sicurezza durature il conflitto rischierebbe di lasciare il proprio peso alle frontiere di altri Paesi e alle generazioni future.
Le due guerre non sono sovrapponibili per origine, ampiezza o responsabilità. Il caso bosniaco mostra però che la sospensione dei combattimenti non elimina necessariamente le cause dell’instabilità: un’intesa può fermare le armi senza ricostruire un equilibrio politico capace di reggere nel tempo.
La lezione degli accordi di Dayton
Gli accordi raggiunti nel 1995 hanno evitato alla Bosnia un nuovo conflitto per trentun anni. Il loro risultato diplomatico, tuttavia, si è accompagnato a un ordinamento istituzionale che ha mantenuto separate le comunità etniche e ha reso complesso il funzionamento dello Stato.
Il Paese è diviso nella Federazione di Bosnia-Erzegovina e nella Republika Srpska. Al vertice si trova una presidenza composta da tre membri, mentre il sistema di rappresentanza e i poteri di veto rendono spesso difficile assumere decisioni comuni. Le spinte separatiste e le contestazioni rivolte alle autorità centrali hanno mantenuto necessaria la presenza internazionale.
La missione europea in Bosnia
Dal 2 dicembre 2004 l’Unione europea dirige Eufor Althea, subentrata alla Nato e autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Oggi l’operazione impiega circa 1.200 militari con il compito di mantenere condizioni di sicurezza, verificare l’applicazione militare degli accordi di Dayton e sostenere la formazione delle forze armate bosniache.
Il mandato non si limita alla presenza sul territorio. I contingenti svolgono pattugliamenti, controlli, esercitazioni e attività di osservazione, mantenendo contatti costanti con istituzioni e comunità locali. In caso di peggioramento della situazione, la missione può intervenire direttamente grazie ai poteri esecutivi previsti dal suo mandato.
Il contributo dell’Italia
Dal 21 gennaio 2026 il comando dell’operazione è affidato al generale di divisione Maurizio Fronda. L’Italia aveva già assunto la guida della missione nel 2005-2006 e nel 2008-2009; per il 2026 il Parlamento ha previsto un massimo di 320 militari, oltre a mezzi terrestri e componenti aeree.
Il contingente nazionale comprende personale dell’Esercito impegnato nella vigilanza e nella raccolta di informazioni, reparti di fanteria e unità dell’Aviazione dell’Esercito. La morte dei quattro italiani a Brčko riguarda quindi una struttura operativa che continua a garantire la stabilità di un Paese europeo a più di tre decenni dalla fine della guerra.
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Difesa europea e guerra in Ucraina
L’Unione europea conduce già diverse missioni militari fuori dai propri confini. Nel Mediterraneo Eufor Althea è affiancata da Irini, incaricata soprattutto di controllare il rispetto dell’embargo sulle armi diretto alla Libia; nel Mar Rosso Aspides tutela il traffico mercantile, mentre Atalanta opera per la sicurezza delle rotte nell’Oceano Indiano. Eumam Ukraine provvede invece alla preparazione delle forze ucraine.
L’Italia partecipa a varie operazioni e ospita a Roma il quartier generale del comando strategico di Irini. Il modello europeo prevede una direzione politica dell’Unione, contributi militari messi a disposizione dai governi nazionali e, per alcune funzioni di pianificazione e comando, il ricorso agli accordi Berlin Plus con la Nato.
Questa esperienza non equivale però alla disponibilità di un esercito federale. Per un conflitto convenzionale di grandi dimensioni l’Europa non dispone ancora di autonomia sufficiente: uomini, mezzi e capacità decisive dipendono in larga misura dagli Stati membri, dalla Nato e dagli Stati Uniti.
L’ipotesi di un’Ucraina lasciata senza difese e sottoposta all’influenza russa porterebbe la pressione militare di Mosca fino ai confini di Polonia, Slovacchia e Romania. Una simile prospettiva obbligherebbe i governi europei a sostenere per molti anni spese elevate per sistemi antiaerei, infrastrutture, controllo delle frontiere, servizi informativi e capacità di dissuasione.
Non è possibile prevedere con certezza se una vittoria russa produrrebbe una nuova invasione. Diversi analisti e apparati di sicurezza, tuttavia, temono che il Cremlino possa tentare nei prossimi anni un’azione ostile per verificare la tenuta dell’articolo 5 della Nato. Carlo Masala, docente all’Università della Bundeswehr di Monaco, ha indicato questa possibilità in un’intervista raccolta durante la Lennart Meri Conference.
Il conto dell’abbandono
Nel 2024 il Kiel Institute for the World Economy aveva stimato che, per la Germania, l’interruzione degli aiuti occidentali e una conseguente avanzata russa avrebbero potuto generare nei cinque anni successivi costi economici da dieci a venti volte superiori a quelli necessari per continuare il sostegno militare a Kiev. La valutazione dipende dalle ipotesi adottate dallo studio, ma mette in discussione l’idea di una resa come scelta di risparmio.
Il nuovo impegno europeo cerca di ridurre la distanza tra le responsabilità già assunte e le capacità disponibili. Il programma Safe prevede 150 miliardi di euro in prestiti destinati a investimenti e acquisizioni comuni; a questo si aggiunge il piano più ampio per la preparazione militare entro il 2030, indicato inizialmente con il nome “Rearm”.
La Bosnia ricorda quanto sia lunga la fase successiva alla fine di una guerra. Gli accordi del 1995 hanno impedito il ritorno del conflitto, ma il mantenimento della stabilità richiede ancora oggi soldati internazionali. In Ucraina, intanto, i missili russi continuano a colpire città, scuole e ospedali: la fine delle ostilità, da sola, non cancellerebbe le conseguenze strategiche della guerra.
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