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Attualità 4 min di lettura2 ore fa

Incidente in Bosnia, quattro italiani morti su un elicottero

Il CH-47 Chinook era impegnato nell’operazione europea Althea nella regione di Brčko: undici militari sono rimasti feriti

Quattro italiani sono morti nell’incidente di un elicottero CH-47 Chinook impegnato nella missione europea Eufor Althea in Bosnia. Nell’accaduto, avvenuto nella regione di Brčko, altre undici persone sono rimaste ferite.

Una tregua può fermare i combattimenti, ma senza garanzie solide e un equilibrio di sicurezza duraturo il conto della guerra rischia di ricadere sugli anni successivi, sulle frontiere vicine e sulle generazioni future.

Bosnia e Ucraina hanno vicende, responsabilità e dimensioni diverse. L’esperienza degli accordi di Dayton mostra però che la fine delle ostilità non elimina necessariamente le cause dell’instabilità.

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Il costo di una resa

L’idea di risparmiare sulla difesa europea spingendo l’Ucraina ad accettare le condizioni di Mosca presenta un problema anche sul piano economico. Un’Ucraina privata delle proprie capacità militari e guidata da un potere dipendente dalla Russia porterebbe l’influenza strategica del Cremlino fino ai confini di Polonia, Slovacchia e Romania.

La conclusione dei combattimenti potrebbe quindi obbligare i Paesi europei a sostenere per decenni spese elevate per deterrenza, difesa aerea, infrastrutture, raccolta di informazioni e controllo delle frontiere. Non è possibile sapere se una vittoria russa produrrebbe una nuova invasione, ma diversi esperti e servizi di intelligence prevedono un possibile tentativo del Cremlino di mettere alla prova l’articolo 5 della Nato.

Carlo Masala, docente all’Università della Bundeswehr di Monaco, ha formulato questa ipotesi in un’intervista durante la conferenza Lennart Meri. Una valutazione del Kiel Institute for the World Economy, pubblicata nel 2024, stimava inoltre che per la Germania un’interruzione degli aiuti occidentali e una successiva avanzata russa avrebbero potuto generare, nei cinque anni seguenti, costi da dieci a venti volte superiori rispetto al proseguimento del sostegno militare a Kiev.


Dayton e la stabilità bosniaca

Gli accordi negoziati nel novembre 1995 alla base aerea di Wright-Patterson, in Ohio, coinvolsero Slobodan Milošević, Franjo Tuđman e Alija Izetbegović, con la mediazione diplomatica statunitense di Richard Holbrooke. La firma ufficiale arrivò a Parigi il 14 dicembre e pose termine a un conflitto costato circa centomila vite, oltre a milioni di profughi e sfollati.

Il compromesso raggiunto a Dayton interruppe la guerra, ma trasferì le divisioni etniche dentro l’architettura istituzionale. La Bosnia fu articolata nella Federazione di Bosnia-Erzegovina e nella Republika Srpska, con una presidenza a tre e un sistema complesso di rappresentanza e veti.

Questa struttura ha contribuito a evitare una ripresa del conflitto, ma ha spesso rallentato il funzionamento ordinario dello Stato. Le spinte separatiste, le dispute sulle autorità centrali e la debolezza politica rendono ancora necessaria una presenza militare internazionale.


La missione europea Althea

Dal 2 dicembre 2004 l’Unione europea guida l’operazione di stabilizzazione in Bosnia, dopo il passaggio di consegne dalla Nato. Eufor Althea, autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, comprende oggi circa 1.200 militari.

Il mandato include la tutela di un ambiente sicuro, la verifica dell’attuazione degli aspetti militari di Dayton e il sostegno all’addestramento delle forze armate bosniache. I reparti conducono pattugliamenti, esercitazioni e attività di sorveglianza, mantenendo contatti costanti con autorità e comunità locali.

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Althea non svolge soltanto un’attività di osservazione. La missione dispone di poteri esecutivi e può intervenire qualora le condizioni di sicurezza peggiorino.


Il contributo dell’Italia

Dal 21 gennaio 2026 il comando è affidato al generale di divisione Maurizio Fronda. L’Italia aveva già diretto l’operazione nel 2005-2006 e nel 2008-2009; per il 2026 il Parlamento ha autorizzato un massimo di 320 militari nazionali, con mezzi terrestri e risorse aeree.

Il contingente italiano comprende personale dell’Esercito impegnato nella sorveglianza e nella raccolta di informazioni, reparti di fanteria e unità dell’Aviazione dell’Esercito. L’incidente di Brčko ha colpito dunque una missione nella quale Roma conserva una responsabilità rilevante.

L’operazione rappresenta anche un esempio concreto della cooperazione militare europea: l’indirizzo politico è dell’Unione, mentre gli Stati mettono a disposizione le truppe. Alcune funzioni di pianificazione e comando vengono assicurate attraverso gli accordi Berlin Plus con la Nato.


Le altre operazioni dell’Unione

L’Unione europea conduce già diverse missioni militari fuori dai propri confini. Nel Mediterraneo opera Irini, impegnata soprattutto nel controllo dell’embargo sulle armi diretto alla Libia; nel Mar Rosso Aspides protegge il traffico commerciale e nell’Oceano Indiano Atalanta contribuisce alla sicurezza delle rotte marittime.

Eumam Ukraine è invece dedicata alla formazione delle forze ucraine. L’Italia partecipa a varie operazioni e assicura anche il comando strategico di Irini, il cui quartier generale si trova a Roma.

Queste attività dimostrano che l’Europa dispone di missioni, strutture di comando e una certa esperienza sul campo. Non esiste però un esercito federale e l’Unione non ha ancora l’autonomia necessaria per sostenere da sola una guerra convenzionale di grandi dimensioni.

Gli uomini e i mezzi dipendono dai governi nazionali, mentre molte capacità decisive restano collegate alla Nato e agli Stati Uniti. Per ridurre questa distanza tra responsabilità e risorse è stato varato Safe, un programma da 150 miliardi di euro in prestiti destinati a investimenti e acquisti congiunti, insieme al piano di preparazione militare al 2030, inizialmente indicato con il nome Rearm.

Dayton ha assicurato alla Bosnia trentun anni senza un nuovo conflitto, ma a più di vent’anni dal passaggio della missione dalla Nato all’Unione europea il Paese ha ancora bisogno di militari internazionali. I quattro italiani morti a Brčko erano impegnati in un’operazione che l’opinione pubblica europea ha in gran parte dimenticato, pur continuando a beneficiare della stabilità che contribuisce a garantire.

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