Borse, il mondo che custodiamo: 300 storie oltre il lusso
Una raccolta di 300 borse attraversa epoche e continenti per raccontare gesti quotidiani, aspirazioni, ruoli sociali e memorie personali.
«C’è chi usa la parola e scrive per narrare, io ho costruito una narrazione tramite un oggetto»: Roberta Butti affida alle sue borse il compito di raccontare persone, epoche e consuetudini. La sua collezione, lontana dall’idea di accessorio perfetto e intoccabile, conserva graffi, tessuti consumati e cuciture affaticate, perché proprio questi segni restituiscono la storia degli oggetti.
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Una collezione che attraversa i continenti
Il volume *La borsa. 200 anni, 5 continenti*, curato da Antonio Mancinelli e pubblicato da Marsilio Arte, riunisce 300 pezzi scelti dagli 850 raccolti da Butti. Il percorso non segue una semplice successione di date o di marchi: le borse diventano piuttosto strumenti per leggere culture, abitudini e modi differenti di stare nel mondo.
Tra gli esemplari compaiono uno zaino ifugao delle Filippine in midollino, un namakdan turkmeno di lana impiegato per trasportare il sale sul dorso dei cammelli e una borsa yoruba nigeriana degli anni Cinquanta, legata ai riti divinatori. C’è anche un modello irochese del 1870, ornato da perline di vetro e dalla scritta “FROM NIAGARA FALLS”, testimonianza di un turismo già capace di trasformare un oggetto in ricordo.
Per Butti la borsa è un piccolo universo mobile, intimo e misterioso, capace di accompagnare chi la porta. La collezionista racconta di aver imparato da bambina a inventare storie osservando cartoline e atlanti; da qui nasce una raccolta che non vuole cancellare il tempo trascorso sugli oggetti. «Rifiuto i restauri che levigano il passato fino a renderlo anonimo», spiega, difendendo anche le superfici rovinate e le fodere segnate dall’uso.
Dentro c’è più della moda
Le proposte eccentriche chiariscono subito la direzione del progetto. Una borsa statunitense degli anni Settanta, realizzata in vinile nero, incorpora un telefono funzionante: la cornetta serve da manico e il filo resta parte integrante della struttura. Un altro esemplare della stessa epoca nasce dall’intreccio di confezioni di sigarette Camel, mentre l’“Armadillo Purse” degli anni Quaranta conserva carapace, testa e zampe dell’animale, decorati con strass.
Il libro, che conta 256 pagine e ha un prezzo di 50 euro, evita di presentare questi pezzi come semplici feticci del lusso. La borsa viene osservata come un oggetto capace di custodire tracce concrete della vita, secondo la sintesi di Mancinelli: «se l’abito presenta il personaggio, la borsa conserva le prove».
L’organizzazione in dodici sezioni segue le occasioni d’uso: giorno e sera, vacanze, tempo libero, viaggi, infanzia, materiali recuperati e invenzioni fuori dagli schemi. La domanda sottesa a ogni gruppo è pratica: quale necessità aveva la persona per cui quella borsa era stata pensata?
Il corpo detta le regole
I contributi di Beatrice Manca, insieme al saggio del filosofo Emanuele Coccia, spostano l’attenzione sul rapporto tra accessorio, corpo e autonomia femminile. Una borsa capiente per il giorno consente movimenti e oggetti diversi rispetto a una minaudière serale quasi priva di spazio. La sproporzione della pochette da cerimonia non è casuale: secondo Manca, la sua scarsa utilità segnala il privilegio di chi, durante l’evento, non deve occuparsi di altro.
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Anche la borsa quotidiana risponde a una precisa psicologia. Deve essere resistente e abbastanza ampia da accogliere tutto ciò che potrebbe tornare utile, alimentando però l’abitudine a trasportare per mesi oggetti mai utilizzati. La borsa da mare segue una logica opposta: viene infilata nei cestini delle biciclette, usata come appoggio e lasciata al sole, fino a riempirsi di conchiglie, ricevute, elastici e cosmetici dimenticati.
La ricerca iconografica mostra questi accessori nelle mani e accanto al corpo di chi li ha posseduti. Alle fotografie di donne comuni si affiancano immagini di Jacqueline Kennedy, Jane Birkin, Ornella Vanoni e Raffaella Carrà, per evidenziare come impugnatura, posizione e peso cambino la postura. Il volume riprende così la teoria di Audrey Wollen sull’essere umano come animale dalle mani impegnate: serve un contenitore che permetta di portare con sé il proprio mondo senza smettere di muoversi.
Dai giochi infantili alla civiltà
L’infanzia entra nella raccolta con i portapranzi di Hello Kitty e con una borsetta Whiting & Davis di appena sette centimetri per nove, dedicata a Topolino e Minnie e costruita in maglia metallica e smalto. Da bambina, una borsa simile permette di imitare l’indipendenza degli adulti; più avanti può diventare un rifugio affettivo, riportando alla memoria personaggi familiari.
Lo stesso meccanismo spiega la presenza, nelle collezioni delle grandi case di moda, di immagini legate a Looney Tunes o Sailor Moon. Il ritorno a un immaginario infantile offre una pausa simbolica dalle responsabilità adulte, che un tempo erano affidate alle borse dei genitori.
Mancinelli allarga infine il discorso alle origini della convivenza umana. Riprendendo la teoria del “recipiente” associata a Elizabeth Fisher e resa nota da Ursula K. Le Guin, il curatore considera il contenitore un’invenzione precedente, sul piano culturale, alla centralità dell’arma. La sacca cucita alla cintura di Ötzi, mummia del Similaun risalente a cinquemila anni fa, mostra quanto sia antico il bisogno di conservare e trasportare qualcosa.
In questa prospettiva la borsa diventa un arto culturale aggiuntivo: permette di portare più di quanto le mani possano sostenere e rende possibile conservare, condividere e organizzare ciò che serve alla vita comune. Non è soltanto un accessorio, dunque, ma una forma portatile di memoria, desiderio e relazione.
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