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Attualità 4 min di lettura29 min fa

Bancari, il contratto è fermo: Sileoni prepara lo scontro

La FABI chiede di redistribuire gli utili del settore e avverte le banche: senza un’intesa sul nuovo contratto nazionale, il confronto potrebbe diventare più duro.

Per Lando Maria Sileoni, le banche che trasformano i risultati economici in benefici anche per dipendenti e territori meritano maggiore considerazione. Il segretario generale della FABI lega infatti la qualità delle relazioni industriali alla capacità degli istituti di condividere la ricchezza prodotta, mentre sul rinnovo del contratto nazionale il negoziato resta ancora lontano da un confronto concreto.

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Gli utili entrano nel negoziato

Il settore bancario ha accumulato oltre 50 miliardi di euro di profitti. Secondo Sileoni, una quota di queste risorse dovrebbe essere destinata al personale, non concentrarsi soltanto tra amministratori delegati, componenti dei consigli di amministrazione e altri soggetti ai vertici.

«Ho una preferenza per quelle banche e quei gruppi che, oltre a ottenere risultati economici e finanziari importanti, hanno dimostrato di voler distribuire una parte della ricchezza insieme alle organizzazioni sindacali e alle persone che lavorano ogni giorno in banca», ha affermato. La valorizzazione dei dipendenti, nella sua prospettiva, riguarda sia gli stipendi sia le condizioni professionali e personali: lavoratori più gratificati potrebbero contribuire maggiormente ai risultati degli istituti.


Un tavolo ancora senza svolta

Il contratto nazionale dei bancari è scaduto il 31 marzo e, dopo tre riunioni, le parti non hanno ancora affrontato nel dettaglio le rivendicazioni sindacali. Il prossimo incontro è fissato a Roma, nella sede dell’ABI, ma la FABI giudica insufficiente il mandato finora attribuito alla delegazione dell’associazione bancaria.

«Più che una strada in salita, stiamo parlando del niente», ha detto Sileoni. La questione salariale è tradizionalmente il capitolo più delicato, ma anche le richieste normative contenute nella piattaforma comporterebbero oneri per l’ABI e per i singoli gruppi.


Inflazione e operazioni cambiano lo scenario

L’aumento dei prezzi rende più urgente la definizione dell’accordo, perché rischia di indebolire ulteriormente il potere d’acquisto. La FABI sostiene di voler arrivare a un’intesa attraverso il dialogo con l’ABI e con gli istituti, mantenendo però ferma la tutela economica dei lavoratori.

Sileoni individua un ulteriore fattore di attesa nelle operazioni straordinarie che stanno modificando gli equilibri del comparto. Le banche, secondo la sua lettura, potrebbero voler comprendere prima quali saranno i nuovi rapporti di forza e gli assetti del sistema, rinviando così l’assunzione di impegni nella trattativa.


La minaccia di irrigidire i rapporti

La platea interessata dal rinnovo comprende circa 260 mila addetti. A questi si aggiungono quasi 30 mila lavoratori delle banche di credito cooperativo, che applicano un contratto nazionale distinto ma potrebbero risentire dell’esito del confronto con l’ABI.

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Se l’attesa dovesse prolungarsi, la FABI prevede di chiedere aumenti più consistenti, anche perché una nuova fiammata inflazionistica aumenterebbe il recupero necessario. In assenza di una conclusione in tempi ragionevoli, il sindacato valuta inoltre il congelamento dei rapporti con gli amministratori delegati e iniziative capaci di incidere sui risultati delle operazioni straordinarie.


Governo e contratto restano separati

Sileoni respinge l’idea di collegare il rinnovo nazionale al contributo che il governo potrebbe chiedere alle banche per sostenere la manovra economica. Il segretario della FABI considera distinti i due percorsi e richiama le posizioni espresse da Antonio Patuelli, presidente dell’ABI, e da Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, sostenendo che gli accordi già firmati debbano essere rispettati.

«Sono due cose completamente separate. Il percorso del contratto nazionale deve essere autonomo rispetto a qualunque tentativo di coinvolgere le banche», ha chiarito. Pur riconoscendo all’esecutivo il diritto di cercare nuove risorse, Sileoni chiede che l’onere non ricada esclusivamente sugli istituti e avverte: «Le banche non devono diventare il bancomat nei momenti di urgenza».


Il nodo delle aggregazioni bancarie

Fusioni, acquisizioni e riorganizzazioni avranno conseguenze su organici, filiali, piani industriali e armonizzazione dei trattamenti tra gruppi diversi. La FABI sostiene di avere esperienza sufficiente per gestire questi passaggi e ricorda che, nelle precedenti trasformazioni, il confronto ha consentito di utilizzare strumenti volontari come prepensionamenti ed esodi incentivati, evitando licenziamenti collettivi.

Eventuali chiusure o cessioni di sportelli dovranno essere valutate sulla base dei piani definitivi, senza anticipare esiti che oggi non sono ancora certi. Sileoni ritiene inoltre che il processo di concentrazione non finirà con le operazioni attualmente più visibili: le dimensioni degli istituti e le risorse disponibili potrebbero aprire la strada a nuove iniziative, anche da parte dei gruppi rimasti finora ai margini.

La crescita dimensionale viene considerata una strategia legittima in un mercato competitivo, ma il sindacato richiama anche la necessità di proteggere il risparmio degli italiani con adeguate garanzie politiche e finanziarie. Per Sileoni, la distribuzione della ricchezza sui territori e tra chi lavora negli istituti sarà uno degli elementi decisivi del confronto.

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