Banche, la resa dei conti sul contratto: il sindacato alza il tiro
La FABI chiede di redistribuire gli utili ai lavoratori e avverte gli istituti: senza un’intesa, il confronto potrebbe coinvolgere anche le grandi operazioni del settore.
La partita sul futuro delle banche non riguarda soltanto fusioni, acquisizioni e nuovi assetti proprietari. Per Lando Maria Sileoni, segretario generale della FABI, sarà decisivo anche il modo in cui gli istituti distribuiranno la ricchezza prodotta, coinvolgendo il personale e i territori. «Ho una preferenza per quelle banche e quei gruppi che, oltre a ottenere risultati economici e finanziari importanti, hanno dimostrato di voler distribuire una parte della ricchezza insieme alle organizzazioni sindacali e alle persone che lavorano ogni giorno in banca», afferma.
Il riferimento è agli oltre 50 miliardi di utili realizzati dal comparto. Secondo Sileoni, una quota di quei risultati dovrebbe trasformarsi in aumenti salariali e miglioramenti delle condizioni professionali, mentre le trasformazioni societarie in corso rischiano di rendere ancora più delicato il confronto tra imprese e sindacati.
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Gli utili diventano il nodo sociale
La FABI considera la valorizzazione del personale un tema più ampio della sola busta paga. Retribuzioni adeguate, qualità della vita lavorativa e riconoscimento dell’impegno quotidiano, nella lettura del sindacato, possono incidere anche sulla capacità degli istituti di raggiungere i propri obiettivi.
Sileoni sostiene quindi che i risultati economici non debbano concentrarsi esclusivamente nelle mani degli amministratori delegati, dei consigli di amministrazione e degli altri vertici. La richiesta è che il rinnovo del contratto porti benefici concreti ai 260 mila addetti del settore, oltre ai quasi 30 mila dipendenti delle banche di credito cooperativo, regolati da un accordo nazionale separato.
Sul tavolo resta anche il confronto tra il governo e il sistema bancario sulle risorse per la manovra economica. Il segretario della FABI ritiene legittima la ricerca di nuovi contributi da parte dell’esecutivo, ma chiede che non siano i soli istituti di credito a essere chiamati in causa nei momenti di emergenza.
Il contratto resta separato dalla manovra
Per Sileoni, l’eventuale contributo richiesto alle banche non può essere utilizzato per condizionare la trattativa sul contratto nazionale. «Sono due cose completamente separate. Il percorso del contratto nazionale deve essere autonomo rispetto a qualunque tentativo di coinvolgere le banche», chiarisce.
La FABI richiama anche le posizioni espresse dal presidente dell’ABI, Antonio Patuelli, e dall’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, sostenendo che gli accordi già sottoscritti debbano essere rispettati. Il sindacato, aggiunge Sileoni, non intende diventare uno strumento del confronto politico né accettare che le rivendicazioni dei bancari vengano contrapposte alle esigenze finanziarie dello Stato.
Il messaggio rivolto al governo è accompagnato da una richiesta di equilibrio: «Le banche non devono diventare il bancomat nei momenti di urgenza». La FABI afferma di voler tutelare autonomamente gli interessi dei dipendenti, senza mettere in competizione il rinnovo dell’intesa nazionale con altre decisioni di carattere economico.
Fusioni e acquisizioni mettono pressione
Nel frattempo, le operazioni di aggregazione stanno ridisegnando il settore. Gli effetti potrebbero riguardare il numero degli occupati, la presenza degli sportelli, i piani industriali e l’allineamento dei trattamenti economici e normativi tra gruppi differenti.
Sileoni osserva che il quadro non è ancora definito e che anche gli istituti non coinvolti direttamente nelle principali operazioni dovranno valutare l’impatto delle riorganizzazioni. Eventuali chiusure o cessioni di filiali, così come le conseguenze sugli organici, dovranno essere esaminate sulla base dei progetti effettivamente presentati, senza anticipare esiti non ancora stabiliti.
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Il sindacato rivendica l’esperienza maturata nella gestione dei piani industriali e delle ristrutturazioni. Negli ultimi decenni, secondo Sileoni, il confronto avrebbe consentito di affrontare le ricadute occupazionali attraverso strumenti volontari come prepensionamenti ed esodi incentivati, evitando il ricorso ai licenziamenti collettivi.
Il processo di consolidamento, inoltre, potrebbe non fermarsi alle operazioni oggi più osservate. La dimensione degli istituti e la loro disponibilità finanziaria potrebbero favorire ulteriori iniziative, anche da parte di gruppi rimasti finora ai margini. Tra i dossier internazionali richiamati da Sileoni c’è anche quello che coinvolge UniCredit e Commerzbank, indicato nel quadro delle partite proprietarie aperte nel comparto.
La trattativa è ancora ferma
Il contratto nazionale dei bancari è scaduto il 31 marzo e, dopo tre riunioni, il negoziato non ha ancora affrontato nel dettaglio le richieste contenute nella piattaforma sindacale. Il prossimo incontro è fissato a Roma, nella sede dell’ABI, ma il segretario della FABI giudica insufficiente il ritmo del confronto.
«Più che una strada in salita, stiamo parlando del niente», afferma Sileoni, secondo cui il comitato sindacale dell’ABI non avrebbe ancora ricevuto un mandato adeguato per entrare nella fase concreta della discussione. La componente economica è tradizionalmente la più difficile, ma anche le proposte normative avanzate dai sindacati comportano costi per l’associazione bancaria e per i singoli gruppi.
A complicare il quadro contribuiscono le operazioni straordinarie in corso. Gli istituti potrebbero attendere una maggiore chiarezza sugli equilibri del sistema prima di assumere impegni sul contratto, mentre il possibile ritorno dell’inflazione rende più urgente difendere il potere d’acquisto dei lavoratori.
La FABI sostiene di voler arrivare a un’intesa attraverso il dialogo con ABI e banche, ma avverte che ulteriori ritardi potrebbero modificare le richieste economiche. «Se aspettano ancora, chiederemo ulteriori aumenti, perché l’inflazione potrebbe produrre altri disagi. Il recupero sarà maggiore. Più perdono tempo, peggio sarà per loro».
Scontro possibile nei gruppi
Sileoni prospetta anche un irrigidimento dei rapporti se non si arrivasse rapidamente a una soluzione. La conflittualità potrebbe riflettersi sulle operazioni di riorganizzazione e sui risultati attesi dalle aggregazioni, coinvolgendo anche gli amministratori dei gruppi interessati.
«Gli amministratori delegati devono sapere che, se non dovessimo arrivare in tempi ragionevoli alla conclusione positiva del contratto nazionale, siamo pronti a congelare qualunque tipo di rapporto e a bloccare i risultati che provengono dalle operazioni straordinarie», dichiara. La FABI presenta questa posizione come una forma di difesa degli interessi economici e normativi dei lavoratori, non come un’azione fine a sé stessa.
Il rinnovo, dunque, si intreccia con la trasformazione dell’intero sistema bancario. Per il sindacato, gli impegni sugli organici, sugli sportelli e sui trattamenti dovranno procedere insieme alla redistribuzione dei risultati, senza rinviare ancora il confronto iniziato dopo la scadenza dell’accordo.
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