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Attualità 2 min di lettura1 ora fa

Baby Gang, perché resta in carcere: il gip evoca Iraq e bazooka

Il giudice di Lecco ha negato i domiciliari in una comunità terapeutica: per l’accusa il rapper sarebbe ancora pericoloso e legato a una rete criminale estesa.

Il tribunale non ha accolto la richiesta di attenuare la misura cautelare per Zaccaria Mouhib, conosciuto come Baby Gang. Il rapper, arrestato il 17 marzo nell’ambito di un’indagine della Procura di Lecco, resterà dunque in carcere mentre procede il procedimento per accuse che comprendono la detenzione di armi e i maltrattamenti nei confronti della fidanzata.


Il gip insiste sul rischio criminale

A motivare la decisione è stato il gip Gianluca Piantadosi, secondo il quale la personalità del cantante sarebbe caratterizzata da una pericolosità emersa sia sul piano artistico sia in quello privato. Nell’ordinanza il giudice lo descrive come “inserito in una rete criminale più vasta e di livello internazionale”, sostenendo che questa rete in passato avrebbe potuto condurlo in Iraq per utilizzare armi da guerra, compresi bazooka.

Secondo il provvedimento, Mouhib avrebbe inoltre trasformato quella pericolosità in un elemento di cui vantarsi sui social. Il giudice ritiene che il rapper sia in grado di condizionare un gruppo numeroso di persone, alcune delle quali sarebbero pronte a proteggerlo in ogni modo. Nell’ordinanza viene anche definito violento e “completamente inaffidabile”, con riferimenti a collegamenti criminali di ampia portata.


La difesa contesta il racconto

Niccolò Vecchioni, avvocato di Baby Gang, ha già impugnato la decisione davanti al Tribunale del Riesame di Milano. Il legale sostiene che il provvedimento non indichi chi siano i presunti membri della rete che avrebbe favorito il viaggio del rapper in Iraq nel 2025.

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La difesa offre una ricostruzione diversa anche sulle ragioni della trasferta. Mouhib, secondo il suo avvocato, si sarebbe recato nel Paese mediorientale per girare un videoclip musicale, all’interno di una fase in cui l’attività artistica avrebbe assunto per lui un peso quasi totalizzante. “Nel provvedimento non viene individuato alcun componente della pretesa rete”, ha osservato Vecchioni contestando il quadro delineato dal gip.


La richiesta di una comunità terapeutica

Il difensore aveva chiesto di sostituire il carcere con gli arresti domiciliari in una comunità terapeutica, prevedendo anche l’impiego del braccialetto elettronico. A sostegno della proposta ha richiamato la situazione clinica del 25enne, alla quale sarebbero state associate una doppia diagnosi, un disturbo psichiatrico e problemi legati all’abuso di stupefacenti.

Per il momento, però, il giudice ha ritenuto prevalenti le esigenze cautelari e ha confermato la detenzione. La decisione potrà essere riesaminata dal tribunale milanese, chiamato a valutare il ricorso presentato dalla difesa contro la permanenza in carcere.

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