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Attualità 3 min di lettura5 ott

Franchising, la svolta vale 39 miliardi: chi può ancora permetterselo

Il settore cresce tra inflazione e salari fermi, ma punta su formazione, accordi di filiera e nuove opportunità per giovani e imprese locali.

«Dobbiamo garantire che il sistema sia solido, sano e non venga usato in modo scorretto», ha sottolineato Enrico Tosco, fondatore e amministratore delegato di Reting Srl, richiamando gli operatori alla responsabilità. Il franchising, secondo la sua lettura, non può diventare un’etichetta utile a commercializzare attività prive di basi economiche.


La crescita chiede più trasparenza

Il tema è stato al centro del Salone del Franchising Milano, svolto dall’1 al 3 ottobre 2026. Per la prima volta Reting ha contribuito alla manifestazione come partner dedicato ai contenuti, con l’obiettivo di trasformarla in uno spazio più orientato alla formazione e meno riservato ai protagonisti storici del comparto.

Durante l’apertura sono stati presentati due studi: il primo ha coinvolto circa 2.000 imprenditori affiliati, mentre il secondo ha esaminato il ruolo delle donne nel franchising. La richiesta di una maggiore consapevolezza riguarda anche chi si avvicina per la prima volta a questo modello, tra aspiranti imprenditori, giovani e famiglie.


Un modello che attira i giovani

La formula intercetta chi desidera avviare un’attività, ma considera troppo rischioso muoversi senza supporto. L’affiliazione offre infatti procedure già sperimentate, assistenza e un marchio organizzato, pur lasciando all’affiliato la responsabilità della propria impresa.

«Fare impresa fa paura; con il franchising è come avere insieme una scuola di impresa e un mentore», ha spiegato Tosco. Il riferimento è anche alla fragilità delle nuove iniziative: oltre la metà delle aziende appena nate non supera i primi cinque anni di attività.

In questo quadro, il franchising si presenta come una via intermedia tra il lavoro alle dipendenze e l’imprenditoria completamente autonoma. Non elimina il rischio, ma può ridurre l’isolamento di chi comincia e fornire strumenti organizzativi difficili da costruire individualmente.


I numeri sfidano la stagnazione

Nel 2025 il giro d’affari del settore ha raggiunto 39 miliardi di euro, pari all’1,7% del prodotto interno lordo italiano, con un aumento dell’8% in dodici mesi. Nello stesso periodo gli occupati sono saliti del 12%, secondo le rilevazioni di Assofranchising.

Anche la rete commerciale si è ampliata: nel 2024 i negozi affiliati erano 67.275, il 2,2% in più rispetto all’anno precedente. I dati descrivono quindi un’espansione progressiva, maturata mentre salari poco dinamici, costi energetici elevati e inflazione continuano a comprimere famiglie e imprese.

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Tosco considera proprio questo scenario il terreno nel quale il modello può trovare una funzione più ampia. «In un Paese con energia costosa, stipendi fermi e produttività debole, il franchising può rappresentare una risposta di sistema», ha affermato, sostenendo che la conoscenza del settore debba diventare una priorità per gli stessi operatori.


Accordi e produttività al centro

Uno dei vantaggi indicati dagli addetti ai lavori riguarda la possibilità di negoziare condizioni comuni per acquisti, servizi e strumenti digitali. La maggiore forza contrattuale consente di contenere alcuni costi anche quando i prezzi delle materie prime aumentano.

Per un ristorante indipendente, trasferire integralmente i rincari sui clienti può significare perderne una parte. Una rete organizzata, invece, può distribuire meglio le spese e permettere a imprese di dimensioni ridotte di lavorare con procedure più efficienti, talvolta impiegando meno persone ma offrendo loro retribuzioni più regolari.

La prospettiva non riguarda soltanto la ristorazione. Turismo, commercio al dettaglio e servizi alla persona rappresentano complessivamente quasi il 20% del Pil italiano: secondo Tosco, l’affiliazione potrebbe incidere sulla produttività di comparti considerati tradizionalmente a minor valore aggiunto.


Una risposta ai negozi vuoti

La diffusione del commercio in rete, la frammentazione della domanda e l’aumento delle spese fisse stanno mettendo sotto pressione botteghe, bar e attività storiche. La chiusura di questi esercizi impoverisce i centri urbani e lascia spazi difficili da riempire.

Nella lettura di Tosco, le catene in franchising possono contribuire a riattivare quelle aree perché dispongono di una struttura capace di ottenere condizioni comuni su forniture e servizi. «Il vuoto lasciato dalle attività che abbassano le serrande può essere colmato da organizzazioni abbastanza grandi da assorbire meglio l’inflazione», ha osservato.

La proposta non viene presentata come una soluzione automatica alla crisi del commercio locale. La sua efficacia dipende dalla solidità del marchio, dalla preparazione dell’affiliato e dalla sostenibilità concreta del progetto: elementi che rendono centrale la qualità della formazione e la verifica delle offerte.

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