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Attualità 4 min di lettura2 ore fa

Argentina, la sfida degli atenei a Milei: 31 arresti e 550 colpiti

Dopo la marcia davanti al Congresso, il governo minaccia di presentare il conto agli organizzatori mentre università e giudici contestano la stretta sui finanziamenti

Javier Milei si trovava negli Stati Uniti mentre a Buenos Aires esplodeva la protesta contro le politiche del suo governo. Alla Camera di commercio statunitense, il presidente argentino ha ricevuto il riconoscimento di “Campione della libera impresa” e ha difeso il proprio programma economico, mostrandosi convinto di poter ottenere una conferma elettorale nel 2027: «Le società non si suicidano. Inoltre, con i risultati che stiamo mostrando, confido che l’anno prossimo gli argentini potremo convalidare nelle urne questo modello».

A Buenos Aires, intanto, il conflitto tra l’esecutivo e il mondo universitario si è spostato dalla piazza alle aule giudiziarie. Il giudice federale Martín Cormick aveva disposto una penalità di 100mila pesos argentini al giorno per Diego Santilli, capo di gabinetto di Milei, accusato di non aver dato seguito a un provvedimento urgente sull’adeguamento degli stipendi previsto dalla Legge sul finanziamento universitario.

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Il braccio di ferro arriva nei tribunali

La sanzione è stata poi congelata dalla Terza sala della Camera nazionale d’appello per il Contenzioso amministrativo federale, dopo l’impugnazione presentata dagli avvocati del Ministero del Capitale umano. Il contrasto, quindi, non riguarda soltanto le risorse destinate agli atenei, ma coinvolge anche il rapporto tra governo e magistratura.

Le università, nel frattempo, hanno scelto di proseguire la mobilitazione. Il giorno dopo la manifestazione sono cominciate occupazioni e assemblee in diversi atenei, con l’obiettivo di definire nuove iniziative. A Buenos Aires sono inoltre previsti scioperi a rotazione dal 19 al 22 ottobre nelle Facoltà di Scienze economiche, Odontologia e in altre strutture.


Danni e accuse dopo gli scontri

Il governo della Città di Buenos Aires quantifica in 60mila dollari statunitensi i danni provocati durante i disordini e punta a rivalersi sugli organizzatori. Per le 31 persone fermate si valutano contestazioni come resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e danneggiamento aggravato.

La base normativa indicata dalle autorità è il Protocollo anti-picchetti, contenuto nella risoluzione 943/2023. Il testo vieta di ostacolare il passaggio di persone e veicoli e consente di addebitare ai promotori sia i costi delle operazioni di sicurezza sia gli eventuali risarcimenti.


Una protesta molto più ampia

La mobilitazione ha raccolto circa 100mila partecipanti nonostante la pioggia intensa. Convocata dal Consejo interuniversitario nacional, dalla Federación universitaria argentina e dal Frente sindacal de universidades nacionales, chiedeva l’applicazione della Legge sul finanziamento universitario, con un aggiornamento automatico dei fondi legato all’inflazione.

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Sul tavolo c’erano anche un incremento salariale del 32% per recuperare il potere d’acquisto perduto, la revisione dello stanziamento nazionale per gli atenei, inferiore a 5 milioni di dollari per l’intero Paese, e la cancellazione del Decreto 70/23 sulla deregolamentazione. Secondo i manifestanti, quel provvedimento ha contribuito a rendere più costosi trasporti e affitti per gli studenti fuori sede.


Repressione e scontro politico

Gli incidenti si sono verificati davanti al Congresso, ai margini della quinta marcia federale degli atenei pubblici argentini. Il bilancio comprende otto agenti feriti, 31 arresti e 550 persone colpite da camion idranti, gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Diversi giornalisti sono stati aggrediti: Laura Quispe di Te1esisa e Guido Piotrkowski sono stati raggiunti da proiettili di gomma, mentre Carla Ricciotti di LN+ e Charly Sjödin di C5N sarebbero stati colpiti da persone incappucciate.

Secondo varie ricostruzioni, all’origine delle violenze ci sarebbe stato un gruppo di circa trenta individui con il volto coperto, la cui identità non è stata chiarita. Piero Ghezzi, rappresentante del Consejo interuniversitario nacional, ha sostenuto che si trattasse di persone estranee al movimento: «Volevano delegittimare una manifestazione storica, pacifica e democratica in difesa dell’istruzione pubblica».

Il rettore dell’Università di Buenos Aires, Emiliano Yacobitti, ha chiesto che i responsabili dei disordini vengano individuati e puniti, prendendo le distanze da chi ha agito durante la marcia. Il governo centrale, però, respinge l’ipotesi di infiltrazioni e attribuisce la responsabilità agli autori degli attacchi. La segretaria alla Sicurezza Alejandra Monteoliva ha dichiarato: «Coloro che hanno attaccato il parlamento e la polizia sono criminali e delinquenti. La violenza non è un diritto. E la giustizia agirà con fermezza».

Dietro le rivendicazioni specifiche degli atenei emerge una crisi sociale più larga. L’analista Paola Zuban ha indicato tra le cause del malcontento la riduzione del potere d’acquisto, l’inflazione ancora elevata, il timore della disoccupazione e l’aumento dei debiti familiari.

I dati ufficiali sulla povertà urbana mostrano che, alla fine di settembre, il fenomeno riguardava il 32,3% della popolazione residente nelle città, con un incremento di 4,1 punti percentuali rispetto alla seconda metà del 2025. Tra i minori tra 0 e 14 anni la quota arriva al 44,5%, mentre l’indigenza infantile si attesta al 10,8%. Questo quadro alimenta la contestazione contro l’austerità e rende più difficile confinare la crisi al solo finanziamento universitario.

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