Argentina, il conto del “miracolo” di Milei lo pagano i cittadini
I conti pubblici migliorano, ma lavoro, consumi, pensioni e povertà raccontano una realtà molto più difficile per la popolazione argentina.
L’Argentina può vantare bilanci pubblici più solidi e un’inflazione mensile in calo, ma il miglioramento dei principali indicatori economici non coincide con un progresso nelle condizioni di vita. Sotto la presidenza di Javier Milei, la riduzione della spesa ha prodotto risultati sul piano fiscale, mentre lavoratori, famiglie e imprese affrontano un prezzo sociale sempre più pesante.
Il contrasto emerge soprattutto dai dati. Tra novembre 2023 e luglio 2026 sono diminuiti di 32.290 i datori di lavoro registrati, con una contrazione del 6,3%, mentre le posizioni lavorative perse sono state 437.600, pari al 4,4%. Non ogni caso corrisponde a un fallimento o a un licenziamento, ma il bilancio complessivo segnala comunque una forte erosione dell’attività produttiva.
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Il risanamento non basta alle famiglie
Anche i consumi raccontano la difficoltà del momento. Nel luglio 2026 il consumo annuale pro capite di carne bovina si è fermato a 46,3 chili, il 9,4% in meno rispetto all’anno precedente. In un Paese dove la carne rappresenta un elemento centrale della cultura alimentare, il calo indica quanto la perdita di potere d’acquisto abbia inciso sulle abitudini quotidiane.
La stessa dinamica riguarda le pensioni più basse. Il bonus destinato ai trattamenti minimi è rimasto fermo a 70.000 pesos dal marzo 2024, mentre il costo della vita ha continuato a crescere. L’inflazione ha così ridotto progressivamente il valore reale dell’integrazione, senza che fosse necessario un taglio nominale deciso dal governo.
Nel primo semestre del 2026 la povertà è risalita dal 28,2% al 32,3% della popolazione; nello stesso periodo, il 7,5% degli argentini si trovava in condizioni di indigenza. Sono numeri che rendono evidente la distanza tra il riequilibrio dei conti statali e il benessere concreto delle persone.
Tuttavia, ignorare i risultati ottenuti da Milei sul versante macroeconomico sarebbe una semplificazione. L’Argentina ha registrato un avanzo fiscale nel 2024 e nel 2025, mentre l’inflazione mensile è scesa all’1,9% nel settembre 2026. Il punto, però, è distinguere la stabilizzazione monetaria e finanziaria dagli effetti sociali delle politiche adottate.
L’eredità di una vecchia dottrina
La concezione alla base della strategia argentina considera lo Stato quasi come una società privata: la spesa pubblica viene vista soprattutto come un costo da comprimere e il mercato come lo strumento principale per generare efficienza e surplus. In questa prospettiva, il saldo tra entrate e uscite diventa il parametro dominante, mentre welfare, sanità, pensioni, salari e consumi rischiano di essere trattati come variabili secondarie.
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Un Paese, però, non può essere valutato soltanto attraverso il bilancio pubblico o i giudizi delle agenzie di rating. Contano anche la protezione garantita ai cittadini, le opportunità per le piccole e medie imprese, la qualità dell’occupazione e la capacità delle famiglie di sostenere le proprie spese.
Per rintracciare le origini di questo impianto bisogna tornare al Cile degli anni Settanta. Dopo il colpo di Stato di Augusto Pinochet, economisti cileni formati all’Università di Chicago contribuirono a un programma fondato su liberalizzazioni, privatizzazioni, rigore monetario e riduzione dell’intervento pubblico.
Il Cile di Pinochet era una dittatura, mentre l’Argentina di Milei è una democrazia: la differenza istituzionale è decisiva. Resta però una continuità nella visione economica, basata sull’idea che lo Stato debba arretrare il più possibile e che il mercato, una volta liberato dai vincoli sociali, sia capace di correggere ogni squilibrio.
Una lezione anche per l’Italia
L’esperimento argentino richiama, in forma più radicale, un percorso già conosciuto in Europa e in Italia. Dall’inizio degli anni Novanta, tra la fine della Prima Repubblica, l’incontro sul Britannia del 1992, la cessione dell’IRI, l’introduzione dell’euro e i trattati di Maastricht e Lisbona, il vincolo dei conti e la competitività hanno assunto un ruolo centrale nelle scelte economiche.
In questo quadro si sono affermate liberalizzazioni, privatizzazioni e politiche orientate al contenimento della spesa, spesso presentate come passaggi indispensabili per modernizzare il sistema. La vicenda di Milei ripropone però una domanda essenziale: il risanamento può dirsi riuscito se migliora i numeri dello Stato ma peggiora redditi, lavoro e sicurezza sociale?
La risposta non può dipendere da un solo indicatore. L’equilibrio di bilancio è importante, ma non esaurisce il giudizio su un’economia. Se la stabilità viene ottenuta trasferendo il costo su pensionati, lavoratori, consumatori e imprese, il risultato finanziario può convivere con un fallimento sul piano sociale.
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