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Attualità 3 min di lettura9 ore fa

Anne Berest: «I morti soffrono se smettiamo di parlare con loro

Nel romanzo Finistere la scrittrice francese torna sul padre Pierre, sul silenzio familiare e sulla distanza maturata dopo la malattia.

Per Anne Berest il rapporto con il padre Pierre non si è concluso con la sua morte. La scrittrice francese racconta di continuare a cercare un contatto con chi non c’è più, mentre nel suo ultimo romanzo Finistere, pubblicato in Italia da Edizioni E/O, ricostruisce la storia della propria famiglia attraverso le generazioni della linea paterna.

Il libro nasce anche dal bisogno di dare un significato a una relazione segnata da molte distanze. Pierre, ingegnere minerario morto a 72 anni, era un uomo riservato; con lui Berest ha imparato a interpretare pause, esitazioni e silenzi più delle parole.


Il dialogo con chi non c’è più

«Credo che i morti continuino a vivere dentro di noi e che li portiamo ovunque andiamo, a volte senza saperlo», racconta Berest parlando del legame con gli antenati. La scrittrice spiega di avere trascorso gran parte della sua vita nel tentativo di riaprire una comunicazione tra i vivi e i defunti, convinta che questi ultimi soffrano quando vengono dimenticati.

In Finistere questa ricerca attraversa il territorio bretone e coinvolge bisnonno, nonno e padre. La Bretagna non è soltanto lo sfondo dell’opera: diventa il luogo in cui la memoria familiare può essere osservata e ricomposta, collegando vicende lontane nel tempo.


Un’infanzia tra silenzi e libri

Da bambina, Berest percepiva ciò che accadeva in casa anche quando i genitori non parlavano. «I bambini sono dei sismografi», osserva, perché riescono a cogliere gli stati d’animo degli adulti e a distinguere i diversi significati del silenzio.

La scrittrice descrive i genitori come intellettuali politicamente impegnati, appartenenti alla generazione francese del Sessantotto. La madre rifiutava le Barbie, considerate un modello negativo per le bambine, mentre entrambi sembravano spesso immersi nelle proprie riflessioni e attività di ricerca. Le vacanze, di conseguenza, erano ambientate in case dove le pareti apparivano coperte di libri: il padre non guidava e non aveva particolare dimestichezza con i lavori manuali.

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La frattura arrivata nell’adolescenza

Il rapporto fisico tra padre e figlia cambiò quando Berest raggiunse i 13 anni. Il suo corpo iniziò a trasformarsi e Pierre, uomo molto timido, reagì creando maggiore distanza. Per la figlia fu una ferita profonda, anche se oggi interpreta quella reazione come il riflesso di una mentalità generazionale e osserva che i padri contemporanei sembrano vivere con più naturalezza la vicinanza alle figlie.

Quella separazione affettiva contribuì a una rottura dolorosa, maturata dopo anni in cui il legame era già stato indebolito dall’assenza di gesti e parole. Nel ricordo della scrittrice, il silenzio non fu quindi un episodio isolato, ma una presenza costante nella vita familiare.


La malattia e una nuova distanza

Quando al padre furono diagnosticati due tumori, Berest reagì cercando immediatamente informazioni e soluzioni. Voleva fare domande, conoscere ogni dettaglio e dimostrare di essere pronta ad aiutare. I genitori, però, le chiesero di lasciarli affrontare quella fase secondo le proprie modalità.

All’inizio la richiesta la sconvolse e la fece soffrire. In seguito, però, la scrittrice comprese che quel bisogno di riservatezza non rappresentava un rifiuto nei suoi confronti, ma la volontà dei genitori di attraversare la diagnosi in una dimensione intima e autonoma. Per Berest, quella consapevolezza rese paradossalmente quel momento uno dei più significativi del loro rapporto.

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